Capitolo 1. Seven Nation Army

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Seven Nation Army

«Non è un po’ esagerata, come reazione?»

Sollevai lo sguardo verso lo specchio incastonato nell’anta dell’armadio.

Appoggiato con le spalle alla testiera del letto, le gambe lunghe affondate nel mio copriletto vaporoso, il riflesso del mio migliore amico mi fissava con aria annoiata sopra il bordo di un libro.

E non un libro qualunque.

Estetica Barocca.

Un tomo dal peso specifico del piombo, raccomandato dalla sua professoressa mentore nonché principale riferimento nel suo corso accademico.

«Stai studiando la sera di Halloween?»

Ian fece spallucce. «Non ho niente di meglio da fare.»

«Sei nella stanza di una ragazza mezza nuda e leggi un volume polveroso vecchio di decenni!»

Il sorriso che gli inclinò l’angolo sinistro delle labbra scomparve alla velocità della luce. «Sono nella stanza della mia migliore amica che si sta vestendo da pornosposa cadavere per far incazzare il ragazzo che sua madre le ha caldamente suggerito di frequentare perché “è così perfetto per te, Daisy Elizabeth Abbott. Devi dargli una possibilità!”.»

Sporse le labbra e alzò il tono in una nota così acuta che per poco non scoppiai a ridere. La sua imitazione ridicola attenuò il conato naturale provocato dal resto della frase – purtroppo aderente alla realtà.

Mia madre mi aveva chiesto di frequentare Jonathan Ashton.

E me l’aveva posta come una questione di vita o di morte, come se fossi una pudica eroina ottocentesca che, più della peste, doveva temere di morire zitella.

«Mi viene da vomitare.»

«La realtà tende a produrre questo effetto. L’arte, al contrario…» Ian bloccò il dito a mezza pagina. «“Nell’estetica barocca, la forma non è mai semplice ornamento spinto all’eccesso: è il dramma stesso della materia che si piega al desiderio infinito.”»

«Anche la mia forma eccessiva è il dramma. O almeno lo sarà, quando finirò di truccarmi e andremo alla festa del dormitorio maschile. Vedrai.»

«Sto vedendo fin troppo già adesso.» Ian inclinò il libro, perplesso. «Quelle sono autoreggenti?»

Sorrisi, angelica. «Sì!»

Lui mi stilettò con una singola alzata di sopracciglio.

Nessuno era in grado di accigliarsi come Ian Spencer Crawford. Era nato per esibire quell’espressione, un’occhiata a metà tra tedio e “perché sto sprecando il mio tempo tra queste mura?”.

La seconda la pensavamo un po’ tutti, in realtà.

Ma era pur vero che la maggioranza di noi era iscritta al Montfort più per dovere che per scelta. Quando la tua famiglia era stata tra le fondatrici, o figurava nell’elenco dei finanziatori di uno dei college più prestigiosi dell’Ivy League, scegliere di studiare altrove equivaleva a un atto di ribellione non contemplato.

E, dopotutto, restare nel recinto delle tradizioni non era poi così male, una volta capite le regole non scritte. A eccezione dei casi in cui tua madre ti incastrava in un appuntamento con un imbecille, rifiutando di riconoscere che fosse un imbecille, e si opponeva dal liberarti dalla seccatura.

«Non dovresti abbassarti al livello di Jonathan Ashton.»

La voce di Ian ruppe il silenzio che avvolgeva la mia suite, un’oasi di pace all’ultimo piano del dormitorio femminile.

Mi sporsi verso lo specchio, controllando che il contorno occhi non si fosse sbavato. «Abbassarmi?»

«Sì, abbassarti al livello dell’esempio di idiozia, definito tale per motivi che non ho intenzione di citare a voce alta.»

«Nessun problema, Ian caro, lo cito io.» Presi lo scovolino del mascara dal ripiano dell’armadio e ripassai le ciglia, attenta a non ficcarmelo nell’occhio. «“Come posso accettare di stabilizzarmi con te se non so nemmeno come lo prendi?”»

«Intendeva il tè, ovvio. E lo prendi con il latte, senza zucchero.» Ian voltò la pagina del tomo. Continuava a leggere anche mentre parlavamo.

Incredibile.

«È per questo che ti sei vestita così?» aggiunse, gli occhi incollati alle pagine. «Vuoi dimostrargli cosa si perde?»

Feci una smorfia possibilista. «Quasi. Il mio piano è illuderlo di essere “carina e disponibile” come lui mi ha così adorabilmente richiesto, portarlo nello sgabuzzino delle scope, farlo spogliare, prendergli i vestiti e poi chiuderlo dentro nudo come un verme, da solo, a riflettere su come ci si rivolge a una ragazza.»

Ian voltò un’altra pagina. «Ah.»

«Tutto qui? Pensavo che ora fosse il momento in cui tu mi convinci a lasciar perdere.»

«Aspetta.» I suoi occhi grigi si alzarono nei miei. «Sei seria?»

«Sono stanca.» Riposi il mascara nella trousse e la lanciai in fondo all’armadio. «Ho perso il conto dei ragazzi che mia madre mi suggerisce di frequentare perché “i loro cognomi sono complementari con il nostro”.»

«Puoi togliere me dalla lista, io non sono in possesso del requisito.» Il lampo che gli passò negli occhi non era frustrato, né offeso. Era una calma, naturale costatazione dei fatti.

«Se ti può consolare, non sei il candidato peggiore.»

«Lusinghiero.»

«Vero. Nessuno batterà mai il ragazzo che occupa l’ultimo posto. Se un serial killer fosse in possesso di un buon patrimonio complementare, mia madre lo preferirebbe a lui

Ian sogghignò. «Battuto da un ipotetico omicida ricco sfondato e da un De Montfort. La mia giornata è ufficialmente svoltata.»

Al sentire quel cognome, il mio sistema nervoso si impallò.

Sgranchii le dita sospese a mezz’aria, giusto per controllare che i nervi funzionassero ancora.

Ma sì, certo che funzionavo ancora.

Tutto perfettamente sotto controllo. Io, il mio vestito cortissimo con il corpetto aderente di pizzo bianco e i mille strati di tulle bianco che svolazzavano attorno ai fianchi, la farfallina azzurra che mi sollevava una ciocca sopra l’orecchio, le calze nere con le ossa disegnate che scendevano lungo le gambe fino a scomparire nelle scarpe con il tacco più alto che possedevo.

Oliver Henry De Montfort non mi scalfiva.

Sì, gli avevo chiesto di uscire una volta.

Okay, due.

Forse tre.

Ma era successo una vita fa, e l’avevo fatto solo per provocarlo. Perché sapevo che sorridergli e comportarmi come se nulla fosse, di fronte al suo palese odio nei miei confronti, lo mandava fuori di testa.

E finiva tutto lì.

Non gli avrei concesso nessun altro tipo di potere.

«Didi.»

Scattai con il mento all’insù e controllai il rossetto sulle labbra. «Sì?»

«Devi dire a tua madre di smetterla di combinarti uscite con gli studenti approvati da lei.»

Un peso mi affondò nello stomaco. Deviai lo sguardo verso le punte delle scarpe, tormentandomi le pellicine attorno al pollice con l’unghia dell’indice.

Come se fosse facile.

Ian Spencer Crawford era l’unico erede della sua stirpe: tutto ciò che portava il nome dei Crawford, un giorno, sarebbe stato suo. Lo stesso valeva per me, dato che ero l’unica Abbott della mia generazione.

L’unica Abbott rimasta.

Ed ecco la differenza tra noi.

Ian era voluto e legittimo – seppur cresciuto in una famiglia di anaffettivi disfunzionali con più problemi che parenti. Io, invece, ero venuta al mondo solo perché, poco più di vent’anni prima, mia sorella maggiore aveva deciso di scappare di casa, tagliando i ponti con tutti.

Si era sposata in Florida con un signor Nessuno, era rimasta incinta, aveva avuto una bambina. E, due anni dopo, un camion l’aveva travolta nel bel mezzo di una strada anonima a Orlando. Trasporto d’urgenza, corsa in ospedale. Morta.

Lilac era l’erede. Io, invece, il piano B.

In gergo, la ruota di scorta.

E ne ero sempre stata consapevole.

Potevo prendere ottimi voti – ma Lilac ne aveva presi di migliori, con i più sentiti elogi del corpo docente.

Ero brava con i numeri – ma Lilac era un prodigio artistico.

Ero carina – ma Lilac era stupenda.

A quanto pareva, mia sorella aveva fallito in un solo ambito: scegliere gli uomini. E quello era l’unico errore che io mi ero ripromessa di non ripetere.

«Mi hai capito?» ripeté Ian. «Dille di smetterla.»

«Be’, lo farei. Ma poi come passerei il tempo durante le feste? Le ragazze sono sempre sull’attenti quando ci sono io nei paraggi. E tu come migliore amico sei tremendo.»

«Ah, sono tremendo?»

«Sì! La tua definizione di divertimento è studiare metà programma in un weekend e poi umiliare i professori alla lezione successiva, dimostrando che ne sai più di loro! E questo è il migliore dei casi.»

«Ce ne sono di peggio, addirittura?» mi canzonò.

«Quattro giorni fa hai tirato un pugno sullo zigomo di De Montfort. Durante l’incontro amichevole di scherma. Appena si è tolto la maschera al termine dell’assalto. Sulla pedana. Davanti al pubblico e agli arbitri.»

Ian esitò un istante. «È stato un incidente.»

«Ah, certo. Ti è anche accidentalmente scappata una risata soddisfatta mentre colpivi il tuo capitano?»

Ian non batté ciglio. «Mera reazione allo stress. La commissione sportiva ha confermato la diagnosi.»

«Chi hai corrotto per far mettere nero su bianco una stronzata del genere?»

Ian sorrise, vago.

Se qualcuno sapeva ordire schemi e pianificare mosse, quello era lui. Molti di noi si intimidivano davanti ai professori; Ian, invece, no. Il mio migliore – e unico – amico era già proiettato nel mondo degli adulti.

Per quanto riguardava il nostro mondo… le regole, su di lui, sembravano scivolargli addosso. O forse era il contrario: era lui a non volersi piegare a quelle dei nostri coetanei.

«Alla festa serale della Fall Scavenger Hunt, la settimana scorsa, Pauline del primo anno ti stava implorando di seguirla in camera sua» ricordai. «Tu l’hai liquidata con un cenno della mano e un “sei gentile ma no, grazie”.»

«Non portarmi a letto ogni ragazza che ci prova è un segno di scarso divertimento?» ribatté, impassibile. «Sai qual è il tasso di delusione nelle storie di una notte?»

Spalancai le braccia. «Ci rinuncio. È come se il tuo corpo avesse saltato l’adolescenza e fosse passato per direttissima alla vecchiaia.»

Un’ombra vera, sottile, gli incupì lo sguardo. «Non ho sempre voglia di scopare, Didi. Di certo non mentre leggo Estetica Barocca, o mentre Pauline del primo anno tenta ti rimorchiarmi, o quando ti vedo trasformarti in modalità Assalto & Distruzione per la ridicola festa di Halloween del mio dormitorio. Ti scioccherà, ma non siamo tutti programmati per saltare addosso alla prima che mostra un briciolo di disponibilità. Alcuni di noi hanno perfino degli standard.»

«Ma ci sarà pur qualcuna che attira la tua attenzione?»

«A Montfort? No.»

«Prima o poi arriverà quella che ci riuscirà.»

«Che arrivi pure. La sfido a trovarmi, io tra due anni non sarò più qui.» Adagiò il libro sul comodino e si alzò in tutta la sua imponente statura. «Hai finito la tua opera di restauro?»

«Tu neanche ci provi a vestirti da… qualcosa?»

Abbassò gli occhi sulla sua divisa del college. «Sono vestito da Studente di Montfort.»

«Be’, che paura.»

Ian allungò il braccio verso la trousse, prese il mio rossetto, lo svitò e si premette lo scovolino sul collo.

Un segno di liquido rosso gli colò lungo la gola, netto come il taglio di un coltello.

«Ora sono uno Studente di Montfortsgozzato. Contenta?»

«Ho già detto che ci rinuncio?»

Gli presi il braccio e Ian spalancò la porta, diretto al corridoio.

«Aspetta» lo bloccai. «Controllo che non ci sia nessuno, per precauzione. Non voglio che tu venga sospeso perché vieni beccato a infrangere il regolamento per causa mia.»

«Quest’anno l’ultimo piano è quasi disabitato. Solo due suite sono occupate, e una è la tua.»

«Ma l’altra è quella di Emily Cavendish» gli feci presente.

«Giusto.»

I Cavendish erano una delle famiglie più devote ai De Montfort. E loro non sopportavano né la mia famiglia né quella di Ian. All’inizio, avevamo legato proprio per questo: il nemico del mio nemico è mio amico, o qualcosa del genere.

Sporsi la testa fuori dalla porta della suite.

Il corridoio era deserto.

Con ogni probabilità, l’intero edificio lo era.

«Siamo così in ritardo che potrei scendere dalla scalinata principale senza incontrare anima viva» bofonchiò Ian.

«Meglio non rischiare.» Strinsi le dita attorno alla tessera studentesca che avevo forato a un angolo, e alla quale era appeso un anello con tre chiavi di ottone che non avrei neppure dovuto possedere. «Sbrigati.»

Ian mi sfilò accanto, strappandomi il mazzo di mano.

Fece pochi passi e si fiondò sulla serratura della suite di fronte alla mia. La chiave entrò nella toppa senza esitazioni e lui s’infilò dentro, in mezzo a un cumulo di mobili addormentati sotto le lenzuola e a un silenzio che metteva i brividi.

I De Montfort non avrebbero avuto un’allieva frequentante per molti anni ancora. L’unica erede femmina nella loro linea diretta, al momento, era alta sì e no un metro e trenta e aveva come massimi interessi i nastri per capelli, i vestiti rosa confetto e l’abitudine di salire sulle spalle di suo fratello Oliver, tirandogli i capelli per tenersi in equilibrio e scrutare la folla dall’alto durante gli eventi pubblici del paese.

Chiusi con cura la porta che dava sul corridoio. Ian aveva acceso la sua piccola torcia e avanzava verso il fondo della suite deserta, oltre l’armadio a muro.

«Chissà quante altre ne hanno.»

«Hanno?» chiesi. «Di cosa?»

«Di chiavi.» Infilò la seconda nella toppa, quasi invisibile a occhio nudo se non si sapeva dove cercare. «Tu hai trovato queste due tra le cose di tua sorella, ma di sicuro ne esistono altre. Scommetto che i passaggi segreti attraversano tutto il campus.»

Spinse il battente in avanti, rivelando una scala buia e tetra che dalla suite dei De Montfort scendeva fino al piano terra, nascosta agli occhi di tutti.

Scosse la testa con disapprovazione. «”Vietato introdurre estranei nel dormitorio” e poi loro si costruiscono una rete di passaggi per far salire chi vogliono. Che meraviglia, l’ipocrisia regnante.»

«Nemmeno io avrei le chiavi, se non avessi frugato negli scatoloni di Lilac.»

Lo dissi, e subito mi rabbuiai.

Pensare a mia sorella mi lasciava sempre addosso un velo di tristezza.

Non ero mai riuscita a conoscerla davvero.

L’ultima volta che l’avevo vista ero seduta a fare colazione nella sala privata di un albergo che affacciava sull’Atlantico, che mia madre aveva definito “dozzinale, spento, con l’aria troppo umida e appiccicosa”.

Insomma, era estate in Florida e faceva un caldo atroce. Che razza di aria si aspettava?

Mi aveva trascinata con sé per “ammorbidire tua sorella e convincerla a tornare a casa”. Ma, quando Lilac aveva varcato la soglia della stanzetta con la furia addosso, mi fu chiaro che la mia presenza non l’avrebbe né ammorbidita né convinta di nulla.

Il completo gessato con il logo della galleria d’arte sul taschino la faceva sembrare così grande. Mi ero bloccata, con la bocca spalancata e i cereali in poltiglia sulla lingua, chiedendomi se un giorno sarei diventata almeno un po’ come lei.

Adulta, abbronzata, combattiva… non mi assomigliava per niente.

Solo il viso la tradiva.

Era identica a nostra madre da giovane. Il loro legame di sangue era evidente tanto quanto il fatto che né la loro somiglianza, né i miei occhioni sgranati avrebbero avuto alcun effetto su di lei.

Alla fine di una lunghissima discussione, Lilac aveva quasi rovesciato la sedia all’indietro, mi aveva depositato tra le mani un pacchetto incartato e aveva detto: «Mi dispiace, Daisy. Se potessi, porterei via anche te».

Per mesi avevo creduto che fosse una promessa.

Non lo era.

Non l’avevo più vista. E poi era morta.

Così eccomi qui, a raccogliere la gloriosa eredità che lei si era lasciata alle spalle. Se l’avessi fatto io, almeno non sarebbe toccato a sua figlia.

Mi addentrai nella profondità dell’edificio.

La luce della torcia tremolava, lambendo i gradini di legno irregolare che scendevano a strapiombo; spifferi risalivano in volute fresche dalla tromba delle scale, accarezzandomi le braccia scoperte e facendo ondeggiare gli strati di tulle del mio costume.

«Sia mai che un passaggio segreto non sia terrificante» bofonchiai. «E così scomodo per queste scarpe. Farò una segnalazione di conformità a chi di dovere.»

«”Carissimo rettore De Montfort, le chiavi che Lei ha fornito alla sua ex amante, che si dà il caso fosse mia sorella, conducono in anfratti sgradevoli alle mie calzature. La prego di provvedere”» mi sbeffeggiò Ian.

Maledetto.

«Sei proprio una snob» continuò.

«Snob ma adorabile?»

«Snob tollerabile. Per eccesso.»

«Stronzo» sibilai, concentrandomi sui gradini per non ruzzolare giù per le due rampe restanti.

Una volta al piano terra, Ian usò la terza chiave sulla porta che dava sul retro. Lo affiancai e sporsi la testa, controllando che all’esterno non ci fosse nessuno.

«Via libera.»

Sgattaiolammo nella stradina mal illuminata che costeggiava la facciata posteriore dell’edificio.

L’ultima sera di ottobre mi pungeva ogni centimetro scoperto di pelle: raffiche di vento scuotevano le foglie ingiallite degli aceri e la luna, opaca come una moneta ossidata, galleggiava in un cielo color pece.

M’aggrappai al braccio di Ian attraversando i viali spettrali del campus, fiancheggiati da zucche illuminate da candele tremolanti e incorniciati da rami scheletrici su cui il comitato organizzatore aveva appeso brandelli di ragnatele finte.

Il dormitorio maschile ci apparve davanti nella sua cupa maestosità.

Sulla facciata penzolavano lenzuola insanguinate, fantasmi di stoffa e catene fin troppo realistiche che tintinnavano mosse dalla brezza. Il portone principale, spalancato come la bocca dell’Inferno, straripava di luci e musica. Bassi martellanti, urla, risa, puro caos umano.

Un gruppo di ragazze uscì barcollando. Una vampira con le lenti a contatto viola, una cowboy killer imbrattata di sangue finto e una ragazza-angelo con un’aureola che lampeggiava a intermittenza.

Ian alzò gli occhi al cielo e mi tirò di lato per lasciarle passare.

Oltre la soglia, nuvole di fumo violaceo si contorcevano sopra la folla che ondeggiava come un mare in tempesta, spinta dal ritmo indemoniato di Seven Nation Army che faceva vibrare persino le vecchie vetrate storiche delle finestre.

Feci cenno a Ian di spostarsi verso il tavolo degli alcolici, addossato alla parete. Quella sera la sicurezza avrebbe chiuso un occhio sulle bottiglie e i cocktail.

O almeno, così si sperava.

Afferrai una caraffa ricolma di liquido rosso con la rassicurante etichetta Sangue di vergine suicida e ne versai un bicchiere fino all’orlo.

«Piano della serata: trovare Jonathan Ashton. Farlo strisciare. Fine.»

Porsi il bicchiere a Ian.

Lui lo accettò, stese il braccio e lo capovolse dentro la caraffa, restituendo il contenuto al mittente. «Non mi piace l’idea che ti apparti con l’imbecille.»

«Ehi, quello lo avevo riempito per te.»

«Molto premurosa, ma l’idea di vivere mi piace ancora un po’.»

Schiacciai un mezzo sorriso all’angolo della bocca. «Non troppo, però.»

«Didi.» Ian mi scrutò sotto le sue lunghe ciglia. «Se Ashton ti dà fastidio, infilagli i pollici negli occhi più forte che puoi, dagli un calcio nelle palle e torna qui.»

«Non si azzarderebbe mai. Mia madre lo spellerebbe vivo e lo arrostirebbe al centro del campus come esempio di cattiva condotta.» Mi sollevai sulle punte e gli posai un bacio sulla guancia. «Augurami buona fortuna.»

«Non ti serve fortuna. Ti serve un terapista.»

«Da che pulpito!» gridai, voltandomi e dandogli le spalle.

Mi allontanai portando il bicchiere alle labbra e ingoiai una corposa sorsata. Alcolico e dolce fino alla nausea. Quanti litri di gin avevano sprecato nel colorante alimentare?

Schivai due ragazze del secondo anno vestite da gattine killer coordinate, con graffi di sangue finto che scintillavano sotto le luci stroboscopiche, e m’immersi nella bolgia dei dannati. Il fumo, ora color cremisi, si confondeva con l’odore dei corpi sudati mentre un altro sorso mi incendiava la gola.

E un peso mi colpì al petto.

Il contraccolpo mi tolse il fiato: spalancai le dita e il bicchiere mi scivolò via.

Merda, no. Non ora, non dopo tutto il tempo passato a prepararmi…

Una mano fulminea afferrò il bicchiere prima che mi si rovesciasse addosso, senza far cadere una sola goccia.

«Oh, grazie.»

Alzai il mento, cercando di capire chi mi fosse piombato addosso e poi mi avesse salvata.

Una fila di bottoncini neri correva lungo una camicia impeccabile, incorniciata da una giacca lasciata aperta. Cravatta annodata con cura maniacale. Labbra carnose, serrate in una linea ferma.

Iridi di un azzurro talmente vivido da sembrare disegnate.

La gola mi si chiuse in uno spasmo.

Oliver Henry De Montfort.

Merda. Perché, tra tutti, proprio lui?

Vacillai sui tacchi, cercando di arretrare, ma qualcuno alle mie spalle mi spinse in avanti. Gli finii addosso, spiaccicando metà faccia sulla sua camicia immacolata. Il bicchiere che teneva in mano era l’unico ostacolo fra noi: le sue nocche sbucciate dalle ore che passava a tirare di scherma premevano impietose contro il mio sterno.

Provai a indietreggiare, per quel poco che potevo.

Nessun risultato apprezzabile.

Lo vidi abbassare lo sguardo sulle sue dita incastrate tra i nostri corpi, poi sollevarlo lentamente lungo il corpetto di pizzo. Seguì la linea delle mie clavicole, il respiro che mi alzava appena il petto, infine il collo nudo come se stesse analizzando una scena del crimine.

Quando i suoi occhi raggiunsero i miei, non avevano più nulla della cortesia patinata e impersonale che dispensava nel campus a chiunque non fossi io.

«Fiorellino.»

Sulle labbra del peggior candidato della mia lista affiorò un sorriso calcolato.

«Ovvio che sei tu. Dove c’è una Abbott, c’è un guaio.»