3
Should I stay or should I go

Qualcosa era andato storto nel mio piano geniale, ma non riuscivo a capire cosa.
Ripercorsi mentalmente gli ultimi minuti della mia serata.
De Montfort che mi voltava le spalle, furibondo dopo che ero riuscita a fargli perdere la pazienza con la mia linguaccia. Poi, tra la calca della pista, avevo intravisto Jonathan. Era vestito da contabile in versione scheletro. O forse contabile-vampiro. O forse entrambi insieme. Avevo riconosciuto i suoi capelli scuri, la sua faccia da culo e il modo in cui mi aveva lanciato un sorrisetto lascivo prima di farmi cenno di raggiungerlo.
E io, ovviamente, l’avevo fatto.
Almeno finché la squadra di polo al completo non si era messa di mezzo, facendomi perdere le sue tracce. Avevo vagato per i corridoi del piano terra e, a un passo dal rinunciare, mi ero trovata a un bivio. E poi l’avevo visto di nuovo: la sua schiena che spariva in lontananza dietro la porta di uno sgabuzzino defilato.
Così l’avevo seguito.
Solo che non mi aspettavo… questo.
Il suo corpo caldo e compatto mi era planato addosso all’improvviso. La schiena sbattuta al muro, le sue mani enormi che avevano attutito il colpo mentre mi stringevano i fianchi. Un attimo dopo, il suo viso era sul mio.
E poi le sue labbra.
Dio. Le sue labbra.
Erano… deliziose.
Il che avrebbe dovuto farmi incazzare a morte. Perché mai l’universo avrebbe dovuto donare a un simile idiota la rara capacità di baciare come una divinità?
Il suo sapore mi annebbiava la mente più di una qualsiasi droga naturale.
La sua bocca era morbida, decisa. Così incredibilmente viva che, non appena era aveva sfiorato la mia, mi ero ritrovata a schiudere le labbra in una muta supplica di averne ancora.
I suoi denti mi sfiorarono il profilo del viso in un lieve morso. Sentii il suo respiro scivolare lungo la guancia, le sue dita ruvide che premevano contro la mia pelle, la lingua che seguiva famelica i contorni prima di infilarsi tra le mie labbra.
Un’ondata di vertigini mi risalì fino alle orecchie, facendomi girare la testa. Doveva essere illegale saltare addosso così a una persona che non voleva niente e farla vacillare nel giro di pochi secondi.
Ma, insomma, non era colpa mia.
Era quel bacio. Aveva qualcosa di feroce e necessario. Affamato, pieno, capace di restituire un senso al mondo cancellando tutto il resto. Il buio, il muro freddo sulle mie spalle nude, le scarpe scomode. La vendetta.
La mia vendetta.
Merda. Dovevo dire qualcosa, qualsiasi cosa che lo fermasse e lo riportasse al suo posto. Nelle mie intenzioni, dovevo solo fargli credere di essere coinvolta, farlo cedere, spogliarlo e poi lasciarlo lì, da solo, a pentirsi. Non era previsto che fossi davvero coinvolta.
Era tutta colpa di De Montfort. Mi aveva scombussolata e mandata su di giri ancora prima che entrassi nello sgabuzzino, dopo essergli stata appiccicata per lunghi minuti a insultarlo. Ora il buio e i baci avevano fatto il resto.
Era così sbagliato restare?
In fondo, lui piaceva alla mia famiglia. E…
La sua bocca tornò sulla mia. Stavolta rallentò in una distruzione lenta e meticolosa, come se avesse trascorso anni a vivisezionare gesti e parti e ora stesse ricomponendo pezzo per pezzo l’anatomia stessa del desiderio.
Labbra, denti. Lingua.
Tutto calibrato con una precisione pianificata.
Un’ondata di calore mi travolse. Trattava i baci come se fossero scopate, come se ogni secondo avesse un peso specifico. Stringendo le cosce, mi aggrappai alle sue spalle per non perdere l’equilibrio.
Spalle grandi. Definite.
Jonathan aveva sempre avuto spalle così?
Be’, non aveva molta importanza. Avrei dovuto divincolarmi e rifilargli un calcio nelle palle in ogni caso. Ma come potevo mutilare tanto ben di dio? E lo potevo dire con certezza perché lo sentivo. La sua erezione mi premeva addosso attraverso la stoffa dei pantaloni, mentre mi bloccava i fianchi con le mani.
Mi sollevai d’istinto sui tacchi.
Anche i suoi palmi erano grandi e un moto di orrore mi chiuse la gola nell’istante in cui scoprii di volerli sentire ovunque sulla pelle.
Che razza di problemi avevo?
Non lo trovavo nemmeno attraente: era anonimo, insipido… Perché il mio corpo ne era così attratto?
Lo avrei allontanato. Mi sarei schiarita la voce, avrei detto «no» e a quel punto Jonathan Ashton avrebbe mantenuto la sua promessa e si sarebbe fermato. Anzi: prima lo avrei fatto spogliare e poi…
Lui interruppe il bacio. Infilò una coscia tra le mie e mi premette contro il muro con il peso del suo corpo, facendo attenzione a non schiacciarmi troppo. Mi sollevò il mento con una mano e posò l’indice e il medio sulle mie labbra.
Non fece altro.
Aspettò.
Che mi opponessi, forse.
Perfetto. Opponiti.
Daisy, di’ di no…
Le ginocchia mi cedettero. Una scarica di adrenalina mi bruciò ogni centimetro di pelle, spargendo un calore febbrile nel bassoventre. Oddio. No. Non ci arrivavo mai così presto. Nelle mie esperienze precedenti, non era nemmeno scontato arrivarci.
Dopo un attimo eterno, lui cedette a una piccola risata di soddisfazione che gli fece vibrare la gabbia toracica. Spinse le dita contro le mie labbra, invitandomi ad aprire la bocca, e le fece scivolare sulla mia lingua mentre strusciava la sua erezione sul mio bacino.
«Oh» sfiatai.
E ora il corpo non mi apparteneva più. Era suo.
Gli affondai le mani nei capelli mentre gli succhiavo le dita, ripassandole con la lingua, perdendo la cognizione del tempo, di me stessa.
Era stupendo.
E io non mi sentivo così da… mai. Non ero mai stata desiderata in quel modo cieco, come se fossi davvero necessaria per l’esistenza di un’altra persona.
Anche se solo per una sera.
Anche se non significava altro.
«Dio» mormorò a fil di voce, «sei uno spettacolo.»
Una soddisfazione impagabile mi riempì i polmoni. Il mio corpo bramava la sua approvazione. Mi faceva sentire bella, voluta e giusta. E io volevo piacergli, volevo che fosse travolto da me tanto quanto io stavo andando fuori di testa per lui.
«Quanto sei vestita, qui sotto?»
Scese con le mani sulla gonnellina del mio costume, le infilò sotto e io ringraziai di essermi conciata in quel modo osceno per fargli venire un travaso di bile.
De Montfort poteva avermi squadrata come se fossi un disastro ambulante, ma lui…
«Cazzo.» Sfiorò il mio sedere quasi nudo, a eccezione di una strisciolina striminzita di stoffa che non copriva nulla. «Non sai quanto mi stai facendo soffrire in questo momento.»
I suoi palmi enormi si riempirono delle mie natiche, attirandomi a lui. Con un gesto rapido, mi afferrò per le cosce e mi sollevò come se non pesassi nulla. Gli cinsi i fianchi con le gambe, le caviglie intrecciate, mentre mi adagiava su una superficie stabile.
Un mobiletto, forse.
«Sentiamo se sei buona dappertutto.» La sua voce era un ghigno e, quando le sue dita calde e umide della mia saliva si posarono sopra la stoffa dei miei slip, trattenni il fiato, il cuore impazzito nel petto.
Glielo avrei permesso? Davvero?
Con l’indice scostò la stoffa che mi separava da lui. Il polpastrello del medio mi sfiorò il clitoride e io ansimai senza vergogna.
Sì, glielo avrei permesso. Un ragazzo che sapeva trovarlo al primo colpo lo meritava.
E poi, forse, non era neanche una cattiva idea. Insomma, forse lo avevo giudicato troppo in fretta. Con Jonathan tutto sembrava facile: nessun gioco mentale, nessun rischio di scottarsi. Solo istinto, pura attrazione, niente da perdere.
Reclinai la nuca, inghiottendo una boccata d’aria mentre l’indice che era stato nella mia bocca mi penetrava, usciva e rientrava assieme al medio, riempiendomi della sensazione più paradisiaca di cui avessi ricordo.
Era davvero bravo a usare le dita. Era consapevole di quanto accelerare e rallentare per plasmare i miei nervi, calibrando ogni gesto, sapendo esattamente fin dove spingersi e quando ritrarle per darmi piacere. Aveva acceso ogni mio nervo con una facilità disarmante, come se avesse scoperto ogni mio punto debole e ora li usasse tutti contro di me.
Socchiusi gli occhi, pronta a lasciarmi andare.
E all’improvviso, dietro le palpebre chiuse, comparve il viso altezzoso e impassibile di Oliver Henry De Montfort.
Strinsi le cosce attorno al suo polso, imprecando dentro di me. Oh no. Non volevo venire pensando a lui. Non stavolta.
Non di nuovo.
Scacciai l’immagine con forza, cercando di restare ancorata al presente: le mani, il respiro, le labbra di un altro ragazzo.
Lui interruppe il bacio, portandosi le dita alla bocca. «Confermo» mormorò, quasi inudibile. «Buonissima.»
Le aveva leccate.
Meno male che era buio, almeno non mi avrebbe vista mentre morivo di autocombustione. E forse non si sarebbe accorto che stavo pensando all’ultimo ragazzo al mondo che avrei dovuto immaginare al suo posto.
Nel buio, persino la sua voce sembrava quella di Oliver.
Ma non gli avrei dato il potere di rovinare anche questo.
Lo avrei cancellato dalla mia testa.
E, per riuscirci, mi sarei concentrata su Jonathan. Non ero solo capace di ricevere. Anche se solo un’ora prima l’idea mi sarebbe parsa assurda ai limiti della fantascienza, allungai la mano verso il bottone dei suoi pantaloni, li slacciai e li scostai fino a trovare i boxer aderenti.
Nell’istante in cui la mia mano s’intrufolò sotto la stoffa, le mie dita si chiusero attorno alla sua erezione tesa e lui si irrigidì.
Presi a muovere il polso lentamente, il pollice che sfiorava la sommità morbida e umida di liquido preseminale.
«Oooddio.» Il gemito che gli sfuggì non aveva nulla di composto. La sua fronte crollò sulla mia, il respiro irregolare, corto, mentre si contorceva nel mio palmo. «Qualunque cosa tu sia, qualunque magia tu stia facendo, non smettere.»
Quella voce.
Non era…
Affondò le dita dentro di me. Inarcai la schiena e un’invasione di stelle mi riempì la vista.
«Va’ più piano» ordinò.
Spalancai gli occhi dalla sorpresa.
E mi bloccai.
Quella voce.
«Non. Fermarti.» Un gemito a metà tra piacere e tormento gli sfuggì dalle labbra, mentre copriva la mia mano con la sua e le muoveva entrambe a un ritmo sfacciato lungo la sua erezione.
Mentre mi scopava con le dita.
I miei nervi formicolarono, dissolvendo il corpo in frammenti di piacere. Stavo perdendo la presa sulla realtà, in bilico sulla sensazione di esplosione imminente.
«Cazzo» mormorò. «Come può essere così… bello…»
Non ne avevo idea.
Eppure, ogni volta che chiudevo gli occhi, il viso di De Montfort stravolto dal piacere tornava a sovrapporsi a quella voce, deformandola, rendendola sua.
Mossi la mano attorno al suo pene, inclinandolo verso di me. Lui si abbassò con foga boxer e pantaloni quel tanto che bastava per essere libero nei movimenti.
«Non vedo l’ora di entrare dentro di te» sussurrò, roco. «Ti farò venire e verrò dentro di te così tante volte che domani avremo entrambi difficoltà a camminare.» Le sue dita affondarono in profondità. «Ma prima te ne do uno così.»
Sprazzi di piacere si addensarono lungo i nervi, pronti a esplodere all’unisono. Ogni mio arto, ogni mio respiro gli obbediva.
Ci ero quasi.
Ci ero…
E poi, di nuovo, il volto di Oliver Henry De Montfort si fece strada nella mia mente, spingendomi sul punto di non ritorno. Le sue labbra, il modo in cui immaginavo socchiudesse gli occhi prima di abbandonarsi all’apice, nell’istante di resa totale e assoluta.
D’istinto, contrassi i muscoli interni.
«A-aspetta» sfiatai, «Jonathan…»
Il suo polso si fermò.
Ci fu un lungo silenzio teso, amplificato dal buio.
«Come cazzo mi hai chiamato?»