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Are you gonna be my girl

«Non è una cosa poi tanto grave.»
Oliver Henry De Montfort sogghignò. La sua risata gutturale, che ospitava solo la metà del suo solito scherno, riverberò attraverso la mia gabbia toracica fino al cuore.
«Sono seria» puntualizzai.
«Sono serio anch’io.» Le sue enormi mani mi arpionavano i fianchi, sul suo bacino. Era incredibile come il suo pene avesse ancora la faccia tosta di alzarsi quando mi percepiva nei paraggi. «La prima volta poteva definirsi uno sbaglio causale…»
Annuii.
«E quando ti ho riconosciuta, be’ cazzo, avevo le mie dita dentro di te e tu me lo tenevi in mano.»
«Dovevamo finire per forza» gli feci eco. «Obbligo morale.»
Oliver trattenne il fiato. Me ne accorsi perché il mio orecchio era poggiato sulla sua gabbia toracica, ad altezza dei polmoni.
«Cosa c’è?» chiesi.
«Smettila.»
Aggrottai la fronte. «Di fare cosa?»
«Di essere spiritosa.»
«Io sono sempre spiritosa.»
Oliver s’imbronciò. «Non con me.»
«Ma cosa dici? Con te lo sono più che con tutti! Sei il bersaglio preferito del mio sarcasmo!»
«Appunto. Sarcasmo e simpatia non sono la stessa cosa.»
«Il sarcasmo è più divertente…»
«Infatti sei così divertente, Fiorellino.» Mi pizzicò i fianchi tra il pollice e l’indice e io mi contorsi contro il suo torace. «Come quando alla lezione di Diritto hai detto che, se è vero che la legge non ammette ignoranza, tu non riuscivi a spiegarti come l’esistenza dei De Montfort potesse essere ritenuta legittima.»
«Non ti sarai mica offeso? E poi, scusa, ricordi tutto quello che dico a lezione?»
Lo sguardo di Oliver dardeggiò abbassandosi nel mio.
Era ancora un po’ infuriato con sé stesso per aver ceduto. Anch’io ero un po’ arrabbiata con me stessa, per quanto fosse fisiologicamente possibile restare arrabbiati dopo tre… quattro orgasmi consecutivi.
Lo sgabuzzino era immerso nella penombra, la luce della torcia illuminava blandamente i nostri profili circondati da detersivi e scaffalature di servizio. Oliver era seduto a terra con la schiena addossata alla porta, per evitare che qualche ubriaco entrasse e ci scoprisse, e io ero a cavalcioni sopra di lui, con il corpetto sgualcito e le cosce coperte a malapena dalla gonnellina del costume. Le calze rotte e le mie brasiliane erano volate da qualche parte tra stracci e flaconi.
«Ogni parola.»
Riportai l’attenzione sul suo viso. Era sfatto, ma rilassato. Vagamente sorridente con un retrogusto di “merda, questa serata avrà un costo altissimo”.
«Come, scusa?»
«Mi ricordo tutto quello che dici» spinse quella piccola verità con fatica fuori dalle labbra.
«Tutto? È impossibile.»
«Invece è vero» mi contraddisse di malavoglia.
Scossi la testa, scettica. «Non è vero…»
«L’altra mattina avevi la divisa sporca di porridge all’angolo della gonna. La settimana scorsa hai preso il cappuccino due volte di fila alla caffetteria. Era… martedì, poco dopo le otto e mezza del mattino.»
«Oddio.»
«Dieci giorni fa il professore di Economia ti ha chiesto la differenza tra inflazione e deflazione e tu hai risposto che “una è quella brutta, e l’altra… anche”. Poi hai sbadigliato e hai detto: “Mi scusi, prof, nottata orribile, non capisco come far andare via questo cerchio alla testa”.»
Sbarrai le palpebre.
«Te l’ho detto: conosci il tuo nemico…» Fece spallucce come a minimizzare, ma a me non sfuggì il modo in cui i suoi pollici tracciavano la pelle sui miei fianchi, ancorandomi a lui.
Il suo tocco era rilassante.
Piacevole ai limiti del divino.
«Quante volte ti capita?»
«Di farlo con il figlio dell’ex di mia sorella?» chiesi. «Direi… mai. E a te?»
«Di rimorchiare alle feste del college» specificò. «I ragazzi dicono che sei facile, ma non ho mai sentito nessuno che sia stato davvero con te.»
«Forse dicono che sono facile proprio perché non sono stata con nessuno di loro. Io… non vado con i ragazzi che piacciono a mia madre, ovvero almeno la metà degli iscritti qui.»
«E l’altra metà?»
«Non piace a me.»
Lui inclinò la testa. «Io piaccio a tua madre?»
«No. Ti detesta.»
Esitò. «Sono nell’altra metà?»
«Sei in un gruppo molto esclusivo, composto da un’unica persona.» Posai la tempia al suo petto. «Credi che fosse così anche per loro?»
«Per chi?»
«Tuo padre e mia sorella.»
La sua muscolatura s’irrigidì. «Non mi piace parlare di loro.»
«Lo so. Ma… forse è stato così anche per loro, a un certo punto?» azzardai.
«Così come?»
«Così… intenso.»
Oliver sospirò. «Forse.»
«Forse?»
L’alone tenue della luce della torcia gli ammorbidì i lineamenti. «Credo che la natura umana sia attratta dalla sfida, dall’elemento instabile che minaccia i costrutti logici, da tutto ciò che per molti validi motivi sarebbe meglio non raggiungere.»
Annuii in silenzio.
Fuori, la musica della festa continuava a rimbombare facendo tremare l’edificio fino alle fondamenta. All’esterno, ero ancora tutto uguale a prima.
Come se niente fosse accaduto.
Oliver spostò lo sguardo al soffitto. «E comunque, tu non sapevi che ero io. Ti sei lasciata andare perché pensavi che fossi…» Alzò le sopracciglia in una smorfia disgustata, evitando di nominarlo. «E, quando mi hai riconosciuto, eri già…»
«… coinvolta?»
«Coinvolta» ripeté. «Che eufemismo.»
«Mi sembravi molto coinvolto anche tu, De Montfort.»
«Oliver» mi corresse. «E no, non ero coinvolto. Ero impazzito. Perso. Non capivo più nulla. E…»
«Cosa?»
«Potrei… aver avuto… il piccolissimo sospetto che tu non fossi quella che stasera avrebbe dovuto diventare la mia ragazza.»
Inarcai la fronte. «Ah sì?»
Si passò una mano sul collo, a disagio. «Nel momento in cui ti ho baciata, qualcosa mi ha suggerito che non fossi lei. L’ho ignorato apposta.»
«Ma non sapevi che ero io.»
«No» tentennò. «Ma, chiunque tu fossi, con te era… decuplicato all’ennesima potenza. E io non volevo essere costretto a smettere e andarmene.»
Sporsi il viso in alto e i nostri nasi si sfiorarono, le sue mani che mi accarezzavano su e giù lungo la schiena. «Se ti svelo una cosa, prometti di non usarla contro di me?»
«No.»
«Devi prometterlo, non è trattabile.»
«Da quando ti fidi della parola di un De Montfort?»
«Non mi fido di te in generale. Mi fido del fatto che anche tu non vuoi far trapelare niente di questa serata al di fuori di queste quattro mura scalcagnate, esattamente come me.»
Lui strinse le labbra. «Sentiamo.»
«Io ho… fantasticato che fossi tu.»
Oliver schiuse la bocca in un ovale perfetto, scrutandomi alla ricerca della bugia. Sotto il suo esame meticoloso, rimasi impassibile.
Insomma, era la verità.
Non avevo nulla da nascondere.
«Cazzo, Daisy. Sei seria…?»
Mi mordicchiai le labbra. «Continuavo a vedere te nella mia testa. Il tuo viso. Devo avere una specie di disturbo psicologico, sai…»
Arrossendo, chinai il capo. Oliver mi afferrò il mento riportandomi nella traiettoria dei suoi occhi.
«Volevi me? Anche prima?»
Sorrisi. «Forse…»
Come se non stesse infrangendo tutti i divieti con i quali eravamo cresciuti, Oliver schiantò con foga le sue labbra sulle mie. Quando si staccò, stravolto, fu solo perché passi cadenzati si stavano avvicinando nel corridoio.
Mi afferrò per i fianchi e si rimise prontamente in piedi, poi si poggiò di schiena contro la porta, piantandoci sopra tutto il suo peso.
La maniglia si abbassò cigolando.
Chiunque fosse dall’altra parte, non la smosse di un millimetro. Il corpo muscoloso di Oliver Henry De Montfort bloccava l’ingresso, impedendo che ci scoprissero.
Un paio di pugni tuonarono contro il legno.
«Didi» giunse la voce annoiata di Ian. «So che sei lì dentro.»
Sbiancai.
Oliver De Montfort mi scoccò un’occhiata esasperata. «Ed ecco il migliore amico che viene a salvarti dal tuo nemico giurato…»
«Ci penso io» sussurrai. «Spostati.»
«Non esiste. Non ci vedrà insieme!» sibilò piccato.
«Puoi fidarti di lui.»
«Di quello stronzo psicopatico? Assolutamente no!»
«Invece sì!» sibilai sottovoce. E, verso la porta: «Ian, sto bene. Vai pure».
Oliver mi fissò con il tradimento dipinto in faccia, neanche gli avessi infilzato il cuore con il suo fioretto preferito e poi lo avessi estratto dalla gabbia toracica e servito come primo antipasto nel menù di Capodanno.
«Didi, riferisci al coglione del mio capitano che, se non apre la porta, la sfondo fregandomene che dietro ci sia lui. E, se poi si fa male e non riesce a tirare di fioretto alla prossima gara, meglio per me che prenderò il suo titolo.»
«Come cazzo…?» soffiò fuori Oliver.
Ian si schiarì la gola. «Vi sto sentendo. E, oltretutto, vi ho visti entrare nello stanzino in sequenza, qualcosa come quattro ore fa.»
Oliver ammutolì.
Io anche.
Quattro ore?
Be’, era un record.
«Sono le tre di notte e la sicurezza sta perlustrando l’intero edificio. A quanto pare, alcuni imbecilli della confraternita hanno introdotto delle sostanze stupefacenti più problematiche del solito. Ora stanno controllando i presenti a uno a uno, per poi smistarli ai propri dormitori. Magari il nostro figlio preferito del rettore vuole andare a difendere l’onore dei cretini dei suoi amici, nonché miei compagni di squadra, che si sono fatti beccare da alterati. Così forse non perderemo i prossimi incontri a tavolino a causa della sospensione dei nostri atleti.»
Oliver alzò gli occhi al cielo. «Bene.»
Bene? Non avevo le calze e le mutande. E mi ero appartata quattro ore con il ragazzo con il quale ci bullizzavamo a vicenda dalla nascita.
Raccolsi i miei indumenti sparpagliati a terra, indossai quelli strettamente necessari e controllai di essere coperta per la pubblica decenza.
A un paio di passi da me, Oliver era persino più stravolto. Aveva rimesso la camicia stropicciata e i pantaloni sgualciti. Senza dire una parola, gli sfilai accanto verso l’uscita.
Lui mi afferrò un polso. «Aspetta.»
«Cosa c’è?»
«Se… se volessi rivederti…»
«Mi vedi tutti i giorni, De Montfort.»
«Se volessi rivederti così.»
«Ti stai proponendo? Perché il mio elenco è lungo e il tuo nome è l’ultimo.»
«Tu non compari nemmeno sulla mia lista.»
«Ottimo. Si sta meglio fuori dalla massa.»
«Domani sera.»
«Cosa?» chiesi.
«Vengo a prenderti nel tuo dormitorio. Entrerò dalla suite numero uno. Fatti trovare pronta.»
«Presuntuoso da parte tua pensare che sia libera e interessata.»
Oliver soffocò un mezzo ghigno. «Fa’ bei sogni, Daisy. A domani.»
Imboccò la porta e s’inoltrò nel corridoio sotto lo sguardo accigliato di Ian fino a sparire verso l’atrio. Prendendo coraggio, mi lisciai il corpetto e uscii a mia volta.
«Sai» mi rivolsi al mio migliore amico, «non è come sembra…»
«Risparmiami, ti prego.»
«È stata solo una volta… molte volte, ma in un’unica sessione. Quindi conta come una, no? Matematica delle storie di una notte.»
«Non voglio i particolari.»
«Non si ripeterà più. Mi ha chiesto di rivederci, sì… ma domani si sveglierà, realizzerà che è stato un errore e cambierà idea, dunque…»
«Non voglio dettagli e non voglio bugie.»
«Okay» ammisi, «potrei considerare una replica, ma solo perché è stato davvero spettacolare…»
«Grazie per lo stimolo, ora posso andare a vomitare.»
Gli diedi una spallata e insieme ci incamminammo verso l’atrio.
La festa era finita, le luci a neon si riversavano impietose dai lampadari come pioggia artificiale, cancellando ogni traccia di terrore e atmosfera macabra. Tristi decorazioni penzolavano a brandelli dal soffitto, dalle finestre e dalle scale: scheletri fluorescenti, ragnatele strappate, bicchieri rovesciati sul pavimento appiccicoso. Qua e là, gli studenti rimasti erano tenuti sotto controllo dallo sguardo inflessibile della sicurezza.
In piedi, all’angolo, Oliver De Montfort si era ricomposto e stava sfoggiando la sua parlantina disinvolta con il capo della sicurezza, indicando i tre individui semidistesi sui divanetti, così fatti da aver dimenticato il loro stesso nome.
Ian mi raggiunse, infilando le mani nelle tasche. «Sapevi che dentro il tugurio avresti trovato lui?»
«Non proprio.»
«E lui sapeva…»
Scossi la testa. «Non proprio.»
«Un caso, quindi.»
Lo sguardo di Oliver scavalcò la spalla della guardia giurata e si agganciò al mio. Neanche l’ampiezza dell’atrio bastava a smorzarne l’effetto.
Lo assorbii fino all’ultimo istante.
Il giorno dopo sarebbe svanito tutto.
Mi sarei svegliata chiedendomi cosa di quella notte fosse stato reale e cosa invece solo un sogno. Non ci sarebbe stato altro. Non sarebbe potuto esserci altro.
O forse sì.
Forse, da qualche parte, il futuro ci aspettava con qualcosa di meraviglioso.
La promessa dell’impossibile.
Un caso…
«O, forse, è stato destino.»
NOTE FINALI:
Da quanto non scrivevo un racconto extra?
E quanto, quanto, quanto mi era mancato farlo?!
Divagazioni a parte, grazie per aver letto Destino. Volevo scrivere qualcosa sulla coppia DaisyXOliver da quando ho finito la stesura di Nemesi, due anni fa, ma non trovavo mai il momento giusto. Esserci finalmente riuscita mi ha messa in pace con il mondo. Spero che tornare a Montfort, seppur brevemente, sia stato piacevole anche per voi!
Un grazie alle mie beta del cuore, Ester e Veronica, che lo hanno letto per prime e mi hanno dato come sempre preziosi consigli. E grazie di cuore a voi per averlo letto.
Ci rileggiamo nel 2026 con il terzo volume della serie; non vedo l’ora che la storia di Ian e Aimee sia vostra.
Con infinito affetto,
Anna