4
Call out my name

Non era Emily.
Non. Era. Emily.
Il pensiero mi esplose in testa con una fitta. Ed era tutto ciò che riuscivo a formulare, un’eco martellante in mezzo al silenzio, con la mano della… sconosciuta che mi trascinava sull’orlo dell’orgasmo.
Sfilai allibito le dita dal suo corpo.
Non avevo parlato a nessun altro dello sgabuzzino.
E non vedevo il suo volto. La luce che filtrava da sotto la fessura della porta era così flebile che a malapena ci illuminava le scarpe.
Feci scivolare il palmo su di lei, alla frenetica ricerca degli indizi che avevo trascurato. La scollatura profonda, il tessuto di pizzo di un corpetto stretto. La gonna vaporosa e cortissima che le sfiorava le cosce. Delle calze lisce che strusciavano la pelle dei miei fianchi.
Tutto di lei urlava tentazione, eppure provavo solo un senso di tradimento viscerale.
La mia mano salì in automatico sul suo viso. Stavolta non la esploravo perché la desideravo. La stavo mappando per capire dove avessi sbagliato. Le dita seguirono la linea della guancia, la bocca, l’angolo dell’orecchio, come se potessi disegnare la verità con il tatto al buio.
Inspirai lentamente e sprofondai i polpastrelli tra le lunghe ciocche di capelli sciolti. C’era un piccolo fermaglio a forma di farfalla, proprio sopra il suo orecchio sinistro.
Il pavimento traballò fin dalle fondamenta.
Mi sporsi verso di lei. «Non sei Emily.»
La sentii deglutire.
Un suono piccolo, così devastante.
Era… era…
La ragione si stava risvegliando dal torpore dei sensi, un fumoso senso d’orrore che s’impossessava dei miei nervi.
Era Daisy Abbott.
Senza ombra di dubbio. Era lei.
Il suo nome mi attraversò il cervello come una scarica elettrica. Daisy. La ragazza che evitavo come la peste. Che non avrei mai, mai dovuto toccare. Il suo viso era ancora nel mio palmo, caldo, vivo, reale. Anche se non potevo vederlo, la obbligai ad alzarlo con uno scatto verso il mio.
«Lo sapevi?»
Lei balbettò una mezza giustificazione incomprensibile.
«Mi hai seguito apposta? È una specie di scherzo di cattivo gusto?»
«Cosa?» sbottò. «No!»
Era la sua voce.
Sconvolta, indignata, e inequivocabilmente sua. Non riconoscevo la voce del novantanove percento delle ragazze che frequentavano il college, ma la sua l’avrei riconosciuta ovunque.
«E come posso crederti?» Serrai la mascella. «So che sei tu, Fiorellino.»
«Come fai ad averne la certezza?»
«Perché ti guardo ogni giorno. A lezione. Fuori da lezione. Ai corsi extra. Alle feste.»
«A-avevi detto che…»
«Lo faccio perché devo sempre sapere dove si trova il pericolo.» Le sfiorai indolente la guancia. «Questi sono i tuoi zigomi. La curva delle sopracciglia.» Le tracciai la parte alta del volto accaldato, poi indugiai sull’arco di Cupido. «Conosco ogni linea del tuo viso» mormorai, «so come le usi in ogni espressione sprezzante che ti premuri di scagliarmi addosso.»
Mossi soprappensiero la mano, sfiorandole la pelle nuda della coscia tra le calze e gli strati vaporosi della gonna.
«Avrei dovuto fiutare il profumo costoso dei tuoi raggiri da un chilometro. Come ho fatto a non accorgermene?»
Il silenzio invase lo sgabuzzino.
Si schiarì la gola. «Te lo giuro. Non… non ne avevo idea. Credevo che fossi Jonathan Ashton!»
Il suo fiato era spezzato.
Glielo avevo spezzato io.
Inspirai a fondo. «Lusinghiero.»
«Non so come sia successo, è la verità. Sono… mortificata.»
Mortificata?!
Il cuore mi tremò dentro la gabbia toracica, sbandando fuori controllo. Dovevo fare qualcosa per arginare il danno. Qualunque cosa che non fosse starle addosso. Spostarmi.
Smettere di toccarla.
Dio, la stavo ancora toccando.
Lei.
«Pensavo che incastrarmi e umiliarmi fosse la prima voce sulla lista dei tuoi desideri.»
Daisy deglutì, ma non rispose.
Fino a mezz’ora prima eravamo due estranei che si davano fastidio a vicenda a una distanza di sicurezza indistruttibile. E ora, per un crudele gioco del destino, conoscevo il modo in cui baciava. Avevo il suo sapore addosso. Sapevo cosa si provava a essere il centro delle sue attenzioni.
E, quel che era peggio, lei sembrava priva di qualunque traccia della facciata arrogante con cui mi sfidava a tenerle testa ogni giorno.
Nel suo tono c’era solo sorpresa. E dispiacere.
Cristo, sembrava persino sincera.
«Niente da dire?» ansimai. «È bastato toglierti le mutande per ammutolirti?»
Daisy Abbott restò zitta, ma arretrò con il sedere sul mobiletto guadagnando un piccolo spazio tra noi.
Col cazzo che sarebbe scappata.
Le abbrancai i fianchi e la riportai dov’era, a un soffio da me, strappandole un’esclamazione strozzata.
«Ti ho detto che puoi andartene?»
Lei boccheggiò. Avrei dato tutto quello che avevo per vedere ora quel suo visetto porta guai.
«Pensavo volessi…»
«Resta. Ferma.»
«E perché? Hai appena insinuato che sono capace di raggirarti e umiliarti!»
«Ne sei capace» confermai. «Ma non ho parlato di spostarci. Inoltre, nessuna ragazza può sentirsi “mortificata” mentre sta con me.»
«È una tua regola?»
«Sì.»
In uno sprazzo di follia, l’accarezzai sopra il monte di Venere con un movimento veloce ai limiti del casuale. Daisy provò a resistere ma l’istinto la tradì. Emise un ansimo che si scaricò nella mia spina dorsale.
La mia erezione pulsò di riflesso.
Cazzo. Se prima era eccitante, ora era semplicemente troppo.
Daisy non disse nulla.
Non si mosse.
Eravamo in un’impasse di cristallo.
Bastava una sola parola e sarebbe finito tutto. Anzi, sarebbe finito ugualmente, qualunque cosa avessimo detto o fatto. L’esito era chiaro. Ma forse non era troppo tardi per contenere i danni.
Era stato… un tragico malinteso.
E il fatto che avessi immaginato lei, e non Emily Cavendish, ancora prima di saperlo non doveva significare nulla. Ci saremmo ricomposti e, da adulti quali ogni tanto sapevamo essere – io molto più di lei – avremmo deciso come gestire la situazione.
Un errore da ubriachi, uno scambio di persona, “ho sbattuto la testa e non sapevo cosa stavo facendo”. Non eravamo certo i primi a compiere stronzate a una festa universitaria.
Potevamo raggiungere un accordo.
Le nostre famiglie vivevano di accordi, uno in più non avrebbe fatto la differenza. Bastava solo crearlo.
Era la scelta più logica.
La più semplice.
«E quindi cosa facciamo?» La voce di Daisy riempì il buio di una nota incerta. «Continuiamo a tenerci sotto scacco perché all’improvviso le regole che usiamo tra di noi sono esplose e ora ci troviamo in un territorio inesplorato?»
«Be’, un po’ lo abbiamo esplorato…»
La sentii sbuffare.
«Hai alzato gli occhi al cielo?»
«Forse.»
«Ho una torcia nella tasca dei pantaloni. Ora la prendo e la accendo.»
«Hai una torcia? E perché non l’hai usata prima?!»
«Perché prima non c’era niente che volessi vedere.»
Lei ammutolì. «A-aspetta.»
«Voglio vederti in faccia, Fiorellino.»
«Ripensaci. Se restiamo al buio, avremo un’attenuante. Potrai dire che mi hai confusa con un’altra, e tu per me potresti essere stato chiunque.»
«Chiunque» ripetei, beffardo. «Certo. Ti piacerebbe.»
I pantaloni erano ammucchiati attorno alle mie caviglie. Mi chinai a frugare nelle tasche finché le dita non incontrarono il profilo metallico della torcia. Un clic secco del pulsante sul retro e un fascio di luce tagliò l’oscurità, rivelando scaffali anonimi e polvere sospesa nell’aria.
Puntai la torcia su di lei.
Il mio tormento personale emerse dal buio come un incubo.
Era seduta sul mobiletto, a una distanza irrisoria. Quel costumino scandaloso le si era arricciato sui fianchi, scoprendole le gambe. Aveva le ginocchia mezze piegate, il corpetto le stringeva il seno. I capelli tinti di blu le cadevano disordinati sulle spalle nude. Aveva ancora addosso quell’espressione sospesa da quasi-orgasmo che le annacquava il viso.
Restammo a studiarci in silenzio.
Io nudo dalla vita in giù, la camicia semislacciata e l’erezione scoperta e tesa. E lei altrettanto nuda. Così stropicciata, assomigliava a un quadro proibito. Vivo.
«Colpa mia. Non assomigli per niente a Ashton.» Daisy Abbott forzò un sorriso sarcastico. «Stai per dare di matto, vero?»
La luce le aveva ricucito addosso la solita armatura.
Non era più vulnerabile.
Era più… lei.
«No.»
«Non ti dà fastidio? Che fosse bello con me?»
«Era bello anche per te.»
«Bello.» Fece una smorfia dubbiosa. «Passabile…»
Passabile?
«Bugiarda.» La sfiorai di nuovo sopra le sue pieghe. Daisy gemette piano, il corpo che cedeva contro la mia mano.
Un sorriso mi affiorò alle labbra. «Oh. Ti piace, Abbott?»
«E a te, De Montfort?»
A dismisura.
Più di quanto avrei mai ammesso perfino a me stesso.
Di solito avevo il pieno controllo. Ogni gesto misurato, ogni pensiero calibrato. Ma con lei non ci ero mai riuscito. Daisy abbatteva ogni barriera che costruivo con cura, le spazzava via come castelli di sabbia in una mattina troppo ventosa.
In circostanze normali, fomentava la rabbia e la frustrazione.
Ora non ero altro che istinto.
Perché non l’avevo ancora respinta?
O forse la domanda giusta era un’altra.
Perché lei non mi stava mandando via?
«Scopi con Crawford?»
«Ian? Dio, no!»
«Non mentirmi.»
«No, De Montfort! Io e il mio migliore amico non andiamo a letto insieme!» La sua voce si incrinò in una nota offesa, come se la sola idea la disgustasse.
«Neanche una volta?» mi accertai.
«Neanche mai sfiorato per errore!»
Bene.
«E tu?» azzardò. «Non stai con Emily?»
«Neanche mai sfiorata per errore» le feci il verso. «Stasera sarebbe stata la prima volta.»
Poggiai la torcia sul ripiano, accanto a lei, proiettando le nostre ombre vicine sul muro opposto. La luce le accarezzò il lato destro del viso mentre le afferravo le cosce.
«Cosa fai?» disse in un sussurro.
«Non lo so.»
«Non lo sai?»
«Improvviso.»
Una patina di aspettativa mi appannò i sensi quando posai lentamente le dita su di lei e le feci scivolare sulla sua fessura, poi le affondai come prima.
Solo che ora la vedevo in faccia.
Sapevo che era lei.
Era così bella.
Così pronta.
«Vedi chi sono mentre faccio questo?»
Lei inclinò il bacino verso il mio polso.
Mi stava dando il permesso.
«Chi sono?»
«De Mont…»
Le reclinai la nuca con la mano libera, prendendo il suo labbro inferiore tra i denti. «Oliver» la corressi. «Ti sto toccando e, a quanto pare, muoio dalla voglia di baciarti di nuovo. Sono Oliver.»
«Oliver.»
Le presi la mano, intrecciando le sue dita alle mie. Daisy spalancò le palpebre, incredula. Ero incredulo anch’io, moltiplicato all’infinito.
Ero disconnesso dalla realtà.
Spaccato in due.
«Non sono preliminari» specificai. «È una contrattazione.»
«Bene. Contrattiamo.» Schiuse le labbra, la sua lingua sfiorò la mia bocca. Dio, il suo profumo. Mi stordiva.
Volevo perdermi di lei, fondermi con la sua pelle.
«Dev’essere perché…» mormorò, «sai, il proibito, l’altra faccia dell’odio…»
«Sì. Sicuro.»
Mi piazzai con il bacino tra le sue cosce. Non avevo mai considerato quanto fosse un confine sottile e pericoloso. Il gusto del proibito. Infrangere ogni regola. La libertà del prendere la decisione peggiore in una vita di decisioni talmente giuste da diventare il paradosso stesso dell’errore.
«Non penserai a un altro.» Le alzai l’incavo delle ginocchia, trovando l’angolazione perfetta. «Quando sono dentro di te, penserai solo a me.»
«Come se non ti pensassi già a sufficienza, De Montfort.»
Daisy inarcò la schiena con impazienza.
«Oliver» la corressi.
«Oliver.» Chinò il mento, ciocche di capelli blu ricaddero dalle sue spalle mentre il mio cazzo scivolava dentro di lei centimetro dopo centimetro, sotto i nostri occhi uniti e sconvolti.
Merda.
Era… perfetta.
Affondai del tutto, strappandole un mugugno di stupore. «Sei così bagnata, Fiorellino. Devo piacerti proprio poco.»
«Pochissimo.»
I suoi fianchi mi vennero incontro, assecondando le mie spinte. Il mio respiro impennò seguendo i suoi gemiti istintivi. I suoi occhi socchiusi, la bocca che pregava di essere baciata. Era così naturale.
Era oltre qualunque definizione.
«Allora?» ansimai.
Infilò le dita tra i miei capelli e mi succhiò la lingua, il bacino incollato al mio mentre la penetravo. Cristo santissimo. Ero dentro di lei.
Era stupendo.
La sentii contrarsi. «N-non mi piaci…»
«Stai per venire su di me e non ti piaccio nemmeno?»
«E-esatto. Non è necessario, no?»
Non era necessario.
Senza darle avvisaglie, mi scostai all’indietro e la rimisi di peso in piedi. Indossava ancora le scarpe con il tacco quando la voltai. «Mani al muro.»
Daisy non disse una parola.
Ma lo fece.
Sollevai la sua gonnellina indecente, scoprendole il culo. Quel quadratino di stoffa che lei chiamava biancheria intima era disperso chissà dove. Con una spinta paradisiaca, sprofondai di nuovo in lei e Daisy si accasciò con metà faccia alla parete.
«Sei un prepotente.»
«Che incredibile novità.»
«Sei diverso.» Alzò i fianchi e io ringraziai quei tacchi altissimi per averla portata all’altezza perfetta. «Sotto la tua maschera, sei diverso.»
«Tu invece sei come ti mostri.»
«E come sono?»
«Stronza, altezzosa, manipolatrice…»
Ero al limite della resistenza. Trascinai un dito sulla sua apertura, nel punto in cui il mio cazzo entrava dentro di lei, lo inumidii della sua eccitazione e le percorsi il clitoride in piccoli cerchi irregolari.
«Sei tu che stai facendo quello che vuoi di me» sussurrò.
L’unica persona che non sembrava una forzatura. L’unica che non avrei mai scelto. L’unica che mi faceva provare qualcosa.
Crollai sul suo orecchio.
«Usami anche tu.»
Lei voltò il viso. «Come?»
«Come vuoi, Daisy. Usami come ti piace.»
Le presi le labbra e assorbii i suoi gemiti a uno a uno, mentre accoglieva l’orgasmo tra le mie braccia. E poi il mio corpo si ruppe in una miriade di schegge. L’apice mi travolse in un’onda invalicabile, riversandosi dentro di lei. Atterrai malamente con l’avambraccio sulla porzione di muro sopra la sua testa, attento a non schiacciarla mentre lo subivo fino in fondo.
Ero una tabula rasa.
Per dei lunghi secondi, nessuno dei due si mosse.
Nessuno dei due parlò.
Passò un minuto.
Un altro.
Esistevano solo i nostri respiri che pian piano si regolarizzavano.
Prima non riuscivo a ragionare.
Forse valeva anche per lei.
Forse anche lei si era presa ciò che voleva, fregandosene delle conseguenze. E, ora che la tensione si era allentata, stava realizzando la gravità di ciò che avevamo fatto.
Il disastro.
La traccia catastrofica che le nostre famiglie avevano cercato in tutti i modi di evitare per noi.
Incastrata tra me e il muro, Daisy rabbrividì e si accoccolò al mio torace. La torcia non le illuminava il viso, nascosto in una conca di buio sotto il mio braccio.
Non la vedevo in faccia, ma sapevo che stava arrossendo senza pietà.
Perché si comportava da regina del cazzo, come se il mondo le appartenesse di diritto e nulla la spaventasse per davvero, ma la realtà era che anche lei, sotto sotto, era umana.
Sarcastica e superba con sprazzi di disarmante fragilità.
Staccai la mano dal muro. Con l’indice le raccolsi una ciocca di capelli sfuggita alla farfalla e gliela sistemai dietro l’orecchio.
«Fiorellino?» sussurrai.
«…sì?»
«Siamo fottuti.»