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Supermassive Black Hole

Perché accidenti mi ero lasciato convincere a partecipare alla stupida festa di Halloween del dormitorio?
Ah, già.
Perché non avevo scelta.
In altre circostanze, forse, sarebbe potuta perfino risultare piacevole. Ma questa festa era una caricatura. L’atrio sembrava in overdose: luci stroboscopiche, fumogeni che bruciavano gli occhi, schiamazzi di gente fatta di chissà cosa che avrebbero spinto anche un santo a un omicidio di massa.
Almeno la musica era decente.
Chiunque avesse curato la playlist doveva avere un debole per il rock vecchia scuola. Supermassive Black Hole rimbombava dalle casse, facendo ballare l’intero corpo studentesco. La folla di teste e braccia si muoveva come un unico organismo tentacolare, spaventoso e fagocitante.
I miei amici, già ubriachi fradici, si erano gettati nella mischia. Ed Emily Cavendish, una delle presenze occasionali nella mia cerchia ristretta, aveva ben pensato di imitarli: mi si era lanciata al collo tentando di infilarmi la lingua in bocca.
Tecnicamente, Emily e io stavamo “uscendo in amicizia per capire quanto eravamo compatibili”.
Non lo eravamo per niente.
Ma fingere di essere il bravo figlio del rettore, interessato a una ragazza di buona famiglia, serviva a evitare che qualcuno mi rompesse troppo il cazzo.
Così mi ero trovato con due opzioni: rifiutarla con grazia – mossa che avrebbe generato un quintale di scontento nella generazione che mi precedeva, da entrambe le parti – oppure svanire nel nulla.
Scelta semplice.
Per fortuna, la scherma mi aveva regalato dei riflessi al limite del disumano: mi ero spostato di lato appena in tempo e le avevo sussurrato, con la mia migliore voce innocente: «Non davanti a tutti. Nello sgabuzzino del piano terra, seconda a sinistra, prima a destra e poi in fondo. Ti raggiungo tra poco».
Lei aveva sorriso. Aveva annuito.
Se n’era andata, radiosa.
Io avevo incamerato un sospiro di sollievo.
E mi ero diretto nella direzione opposta.
Auguri a trovarlo, quello sgabuzzino.
Nemmeno io lo avrei trovato, se non avessi imparato la planimetria dell’edificio a memoria.
E così avevo spedito una ragazza carina, che non aveva assolutamente nulla che non andasse, ad aspettarmi in un angolo remoto del dormitorio senza la minima intenzione di raggiungerla.
Il che, sì, mi rendeva ufficialmente uno stronzo.
Seven Nation Army esplose dalle casse, facendomi vibrare la gabbia toracica. Il mio sangue prese a pompare al ritmo della chitarra elettrica mentre m’infilavo nella distesa esagitata di corpi saltanti, più o meno vestiti, più o meno spaventosi, deciso a non farmi trovare.
Niente funzionava meglio che nascondersi in piena vista.
Il parterre era un labirinto. L’aria era densa di fumo dolciastro e deodoranti scadenti, un mix letale di sudore e alcol. Mi inoltrai tra schiene e bacini ondeggianti, grato che quella serata folle mi regalasse un po’ di anonimato.
Faretti rossi e verdi si mescolavano ai fumogeni sparati in aria, accecandomi per brevi lampi. Strizzai gli occhi. L’atrio era un caleidoscopio infernale. Visi che lampeggiavano a intermittenza, flash di ragazzi che si scatenavano a ritmo, mani che afferravano l’aria, bocche spalancate in sorrisi deformati.
Sgusciai oltre un gruppo di sophomore, ma qualcuno mi tagliò il passo.
Mi voltai di scatto.
Una macchia rossa schizzò verso l’alto e l’afferrai al volo.
Solo quando la strinsi tra le dita mi accorsi che era un bicchiere riempito per metà. Puzzava di gin, zucchero artificiale e qualcosa di indefinito, tipo sangue finto e disinfettante mischiati in un intruglio mortale.
Oltre, c’era una ragazza.
Un corpetto di pizzo bianco le copriva a malapena il seno, sollevato in due curve perfette. Clavicole delicate, su cui ricadevano ciocche di un blu fluorescente. Bocca da infarto. Il trucco pesante le enfatizzava gli occhi, rendendoli giganti e quasi spettrali, e…
Ah, merda.
L’ultima persona che avrei voluto incontrare quella sera.
Be’, la penultima.
«Fiorellino» sibilai. «Certo che sei tu. Dove c’è una Abbott, c’è un guaio.»
La folla ci spinse l’uno contro l’altra, comprimendoci fino a cancellare lo spazio tra noi. La luce rossa e intermittente le accendeva la pelle, poi la inghiottiva di nuovo nel buio. Quel bustino sfacciato premette sulla mano che ancora stringeva il suo bicchiere; il battito del suo cuore pulsava contro le mie nocche come un tamburo perfettamente sincronizzato.
Un calore improvviso mi risalì dal collo, fino alle orecchie.
Non riuscivo a muovermi o a respirare a dovere.
Era tutto troppo.
Troppo caldo, troppo affollato, troppo stretto.
E anche lei era troppo. Troppo arrogante, troppo stronza, troppo fastidiosa. E, per qualche ragione, perfino troppo alta. Doveva avere dei tacchi assassini ai piedi: il suo viso arrivava quasi al mio.
Non l’avevo mai vista così da vicino.
Tra noi c’era sempre stata una barriera solida e visibile, costruita con inscalfibile premura da generazioni di Abbott e De Montfort, e mantenuta in perfetto stato da me e da lei.
Controllai oltre le sue spalle.
Incredibilmente, era sola.
Nessuna traccia del suo amico-guardia del corpo. Solo lei, la folla che la bloccava addosso a me e io che non sapevo più cosa fare per smettere di toccarla.
«Dove hai lasciato il tuo galoppino psicotico?»
Daisy Abbott mi fissò dritta negli occhi. «Ad allenarsi per colpirti meglio la prossima volta che mi insulti in pedana di fronte all’intero corpo studentesco e docente.» Sollevò gli angoli della bocca e indicò con un cenno il mio zigomo. «Bel livido. Molto viola. Ti dona.»
Lanciai un’occhiata al costume osceno che aveva scelto per la serata.
«Bel vestito. Molto volgare. Ti si addice.»
«Grazie!» Si arrotolò una ciocca di capelli blu sull’indice. «Anche il tuo è stupendo! Sei vestito da becchino?»
Come dicevo: una stronza.
«E il tuo fidanzatino? Come va con lui?» rilanciai. «Lo terrai più di due giorni, questo povero sventurato, o hai in programma di fartelo stasera e poi scaricarlo come da tradizione di famiglia?»
Le guance di Daisy Abbott si accesero, o forse era solo il tremolio dei faretti psichedelici che danzavano sulla pelle eterea.
«Mi dispiace che la tua vita noiosa e prossima alla morte cerebrale ti spinga a interessarti così tanto alla mia. Vuoi dei consigli su hobby che non mi riguardano?»
«No, grazie. I casi umani sono il mio guilty pleasure, Fiorellino, e tu sei in cima alla lista. Non vorrei privarti del tuo unico successo.»
Lei incassò facendo spallucce. «Vorrei dirti che ti capisco, ma a me non interessa nulla di te, quindi…»
«Nulla? Strano. Avrò sognato le volte che mi hai chiesto di uscire.»
«Ma era un atto di carità per te, De Montfort. Così magari smetti di fissarmi in classe e ti concentri! E non prenderla sul personale se mi trovi irresistibile: è successo anche a tuo padre con mia sorella, capisco se anche tu hai un tipo specifico.»
Strinsi le dita attorno al bicchiere tra noi e per poco non lo rovesciai addosso a entrambi.
«Non osare.»
«A fare cosa?» Daisy batté le palpebre, poi distese la bocca in un moto di finta sorpresa. «Oh, intendi che non posso ricordarti che mia sorella ha spezzato il cuore di tuo padre distruggendo la vostra finta famiglia perfetta? Scusa. Troppo tardi.»
Spire d’ira mi percorsero la colonna vertebrale, serpeggiando fino alla nuca. Sporsi d’istinto il viso sul suo. I suoi occhi, lucidi e subdoli, si schiantarono nei miei. Da quella distanza irrisoria potevo distinguere ogni sfumatura, ogni ombra che si agitava sotto la superficie.
Non ero mai stato un tipo da grandi emozioni.
Di solito ero misurato.
Controllato. Equilibrato.
Eppure, ogni volta che Daisy Abbott collideva con me, il mio sistema nervoso esplodeva in un tripudio di scintille, come se mille volt mi attraversassero le vene.
Chinai appena il capo, trattenendo a stento la rabbia che lottava per straripare ed esistere anche fuori dal mio corpo. «Da quando essere una stronza sfasciafamiglie è diventato motivo d’orgoglio?»
Daisy schiuse le labbra e si inumidì lentamente l’angolo sinistro con la punta della lingua, guadagnando tempo. «Meglio stronze che bugiardi…»
«Io non mento.»
«Ah no? Chiediamolo alla tua ragazza. A proposito, dov’è?»
Dirle che avevo spedito Emily chissà dove pur di non averla tra i piedi non era un’opzione contemplata. «Pensavo avessi detto che non t’importa niente di me.»
Lei esitò appena. «Infatti non m’importa di te. Ma mi dispiace per quella poveretta.»
«Ti dispiace?»
«Sì. Sai, considerando che la prendi in giro dal primo giorno in cui ci sei uscito insieme.»
Una palpebra mi tremò dal nervosismo. «Non le sto mentendo!»
«Davvero? Quindi le hai parlato del tuo totale disinteresse sessuale nei suoi confronti e del fatto che non la lasci solo perché piace a tuo padre e tu non vuoi deluderlo? Be’, complimenti, De Montfort. Ammirevole.»
«Io non…»
Boccheggiai.
Cazzo. Era così evidente?
«Emily è perfetta.»
«Oh, sì. Perfetta» mi fece eco.
«Carina, educata e a modo. Il tuo esatto contrario.»
«Uno spasso, insomma. Congratulazioni, sono felice per voi. Dev’essere difficile trovare qualcuna che accetti i tuoi problemi di disfunzione erettile senza battere ciglio.»
Lo disse gonfiando il petto, fiera dell’affondo.
Avrei dovuto sentirmi offeso.
Ero offeso, Cristo santo!
Ma il mio corpo decise di non allinearsi alle mie emozioni. Il mio cazzo trovò la parte su Emily fin troppo accurata e quella sul resto totalmente infondata, e sembrò impaziente di dimostrarlo. Ora.
Nei pantaloni.
Proprio a un soffio da lei.
Una scarica fin troppo piacevole mi scosse i nervi. Non aiutava che le sue tette fossero quasi premute contro la mia camicia, che una delle sue gambe si fosse incastrata tra le mie nel tentativo di restare in equilibrio e che il suo respiro mi sfiorasse la bocca come un veleno a lento assorbimento.
Sarebbe bastato poco.
Un minuscolo movimento, un battito fuori posto e…
Cazzo. No.
Non un altro pensiero sulla Abbott.
«Tutti qui? O hai altre opinioni non richieste su di me?»
Una luce maligna le attraversò il viso. «Ne ho tantissime.»
«Tantissime» la provocai.
«Ma te ne dirò solo una, che le riassume tutte.» Inspirò. «Sei un bugiardo, De Montfort. Ringrazia il tuo altisonante cognome e quella tua facciata costruita ad arte dietro cui ti nascondi. Studente modello, sportivo d’eccellenza, ragazzo impeccabile, figlio devoto… C’è qualcosa di vero, sotto tutte le tue maschere? O sei stato programmato fin nei dettagli della tua miserabile, triste vita decisa dagli altri?»
Nonostante fossi immerso in un mare di stimoli, musica, luci, odori… non sentivo più nulla.
Nessuna informazione proveniva più dal mio corpo.
Ero pietrificato.
Dal primo all’ultimo nervo.
Accaldata, incredula di avermi sputato in faccia tutto ciò che pensava di me, Daisy Abbott incamerò una famelica boccata d’aria. La sua gabbia toracica si alzò e abbassò in modo irregolare; la pelle, accarezzata dalle luci cangianti, sembrava liquida. Irreale.
Alzai a fatica il bicchiere incastrato tra noi, lo portai alle labbra e mandai giù il contenuto in un solo sorso.
Lei si schiarì la gola, all’improvviso a disagio. «Ehm…»
La sua voce si spense nel chiasso.
Persino lei, per una volta, era rimasta senza parole.
Le rimisi il bicchiere in mano. «Ben fatto, Fiorellino. Ora va’ a incantare la tua sventurata preda della serata. Io ho di meglio da fare.»
Sfruttando la mia corporatura imponente, spinsi il gruppo che mi premeva contro la schiena. Due spalle si scollarono di scatto e mi infilai nel varco, allontanandomi veloce da lei.
Avevo dato retta a una Abbott.
Stronza, psicolabile, manipolatrice. Nessuna definizione sarebbe mai bastata per lei. Era nata per crearmi problemi. In senso letterale: sua madre l’aveva concepita non appena aveva saputo che la mia era incinta di me.
E non importava che avesse ragione su tutto.
I miei piedi inchiodarono in mezzo alla folla, sotto uno scheletro luminescente che penzolava appena sopra i miei capelli.
Cazzo… Daisy Abbott aveva ragione su tutto.
Per il novanta percento del mio tempo non mi sembrava nemmeno di vivere.
Esistevo.
Procedevo.
Un giorno dopo l’altro, un compito dopo l’altro.
Riempivo le ore di piani e di programmi, li eseguivo dal primo all’ultimo senza esitazione, impeccabile, calibrato. Orientato al risultato.
E alla fine, cosa rimaneva?
Cosa rimaneva di me?
Ero una bugia. L’alone sfocato del mio stesso riflesso.
Una versione limata, corretta, progettata per funzionare.
Ma quello che mostravo non ero quasi mai io.
«‘Fanculo.»
Presi quei pensieri e li spinsi a fondo nel cervello. Non avrei dato ragione a una Abbott neanche quando l’aveva. Mi feci strada tra la folla. Le luci psichedeliche disegnavano scie intermittenti sull’imbocco dei dormitori al piano terra. Scansai una coppietta che strusciava contro il muro, affrettai il passo e m’infilai nel corridoio.
Avrei dimostrato che la Abbott aveva torto.
Potevo riuscirci. Non era poi così difficile.
Dove avevo mandato Emily Cavendish?
Sgabuzzino del piano terra, seconda a sinistra, prima a destra e poi in fondo.
Se l’avessi trovata lì, l’avrei preso come un segno del destino. Avrei dimostrato a me stesso che non ero un automa, che dentro i confini della mia vita tracciata c’era ancora spazio per sentire qualcosa… qualsiasi cosa che non fosse rabbia o frustrazione tenuta e bada sotto il giogo delle regole.
Seguendo le luci di cortesia lungo il corridoio dei dormitori, svoltai a sinistra, poi presi la diramazione a destra.
La musica rimbombava persino fino a quel punto, ovattata ma costante, rimbalzando tra le pareti.
Raggiunsi lo stanzino in fondo e abbassai la maniglia.
Non mi servì nemmeno il magico mazzo di chiavi passe-partout che mio padre mi aveva affidato in gesto di fiducia: la porta si aprì scricchiolando senza resistenza.
Mi fiondai dentro, cercai a tentoni l’interruttore della luce e lo premetti.
La lampadina non reagì.
Aprii di più la porta, lasciando che la luce fioca del corridoio si insinuasse all’interno. Stracci umidi pendevano da un secchio, bottiglie mezze vuote luccicavano sullo scaffale metallico a parete. Nell’aria aleggiava un lieve odore di camomilla e disinfettante, dolciastro e tagliente.
Era vuoto.
«Merda.»
Emily non era arrivata.
La porta si richiuse da sola alle mie spalle. A parte il sottile filo di luce che filtrava dal bordo inferiore del battente, ero immerso nell’oscurità.
Mi appoggiai con la schiena al muro, la testa reclinata accanto a uno scaffale ricolmo.
Forse era meglio così.
Non avevo mai percepito nessuna vera chimica con Emily. Odiavo persino la sua voce acuta, simile allo stridere dei gessi sulla lavagna. Era il tipo di persona che avrei dovuto volere, ma non bastava.
Non bastava mai.
Sospirai.
Ero ancora scosso dalla serata, dalla conversazione con la Abbott, e quel cocktail di merda mi stava annebbiando il cervello e le percezioni. Sarei rimasto nascosto al buio, a calmarmi finché il mio sistema nervoso non si fosse rimesso in riga e io fossi tornato presentabile.
La maniglia si abbassò con un cigolio.
Sollevai la testa di scatto, giusto in tempo per vedere l’ombra di una figura femminile sgattaiolare dentro, silenziosa.
«Finalmente, cazzo.»
Allungai le mani alla cieca, trovai i suoi fianchi e la spinsi di schiena contro il muro.
Emily emise un «Oh» strozzato.
Non le diedi il tempo di aggiungere altro.
Le circondai il viso con una mano, glielo alzai verso il mio e le labbra si avventarono in un bacio che le incastrò un gemito a metà gola.
Emily s’irrigidì. Non era abituata a me che mi spingevo… oltre. Perché di solito non lo fai con le ragazze del college, mi ricordai.
Ma non avrei dato ragione alla Abbott, cazzo.
Dovevo dimostrare a me stesso che potevo sentire qualcosa anche con qualcuno di “giusto”, e non solo nelle scopate occasionali che mi concedevo lontano da queste mura.
Le mordicchiai il labbro inferiore, lo lenii con la punta della lingua e la tuffai nella bocca alla ricerca della sua.
Lei deglutì. Le ginocchia le tremarono, le mani mi cercarono aggrappandosi istintivamente alle spalle. Un fremito la attraversò mentre si inarcava contro di me, spingendosi sul mio bacino come se il suo corpo avesse deciso da solo ciò che voleva.
Il mio cazzo rispose con una pulsazione calda e quasi dolorosa.
Dio, sì.
Sì, avevo ragione io.
Funzionavo. Sentivo.
Strinsi le mani sui fianchi e lei rispose con un movimento istintivo, gettandosi verso di me. Era così reattiva. Impaziente.
Non l’avrei mai detto.
Avvicinai la bocca al suo orecchio, le labbra a sfiorarle il lobo. Il suo profumo, dolce ma non stucchevole, mi salì alla testa più rapido dell’alcol che correva nelle vene.
Ipnotico.
«Non una parola» sussurrai a fil di voce, la mano chiusa al suo collo. Sotto il palmo, il battito del suo cuore fremette rapido, leggero, come le ali di una farfalla intrappolata in un barattolo di vetro. «Di’ un solo “no” e mi fermo. Fa’ di sì con la testa se sei d’accordo.»
Lei restò immobile per dei lunghissimi secondi.
Nessuna reazione.
Ci stava ripensando? Era troppo?
Merda. L’avevo sopravvalutata. Non avrei dovuto abbassare la guardia, non con lei.
Non con nessuno, in realtà.
Allentai la presa dalla sua pelle, pronto a lasciarla andare e a… scusarmi, o a inventare una qualunque spiegazione che rimettesse tutto in ordine, che limasse il mio comportamento in una forma accettabile.
L’impeccabile figlio del rettore.
Il bravo ragazzo.
La bugia perfetta.
Lei si schiarì la voce.
Sotto le mie dita, il suo collo si mosse.
Un unico, lento cenno.
Affermativo.
Sorrisi.
E mi avventai sulle sue labbra.