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Stefano
Esiste qualcosa di più frustrante del trascorrere il venerdì sera a una festa aziendale? Sì, ed è trascorrere il venerdì sera a una festa aziendale della tua azienda, con tuo padre che sorveglia ogni tua mossa e un’ex fidanzata che scivola tra gli invitati comportandosi come se fosse la regina della casa.
Perché è stata casa sua per troppi anni, ricordo a me stesso mentre piazzo un riempitivo casuale nella conversazione con il nuovo direttore del reparto Developer Experience di una nota multinazionale.
L’uomo parla, parla, parla. E io sorrido, annuisco, mi allento il bow tie e giuro a me stesso che, se non prendo una pausa da questa recita soffocante entro due minuti, abbandono il sorriso plastico e i convenevoli dell’educazione e me la do a gambe.
Complici i calici di vino bevuti, assecondo il pensiero folle e con un’occhiata generale identifico le principali vie di fuga. Uscire dalla porta principale è escluso: nel giro di tre passi mi placcherebbero al minimo una decina di persone. Neanche il bagno è zona sicura: prima, mentre tentavo di lavarmi le mani, sono stato bloccato dall’amministratore delegato di una piccola azienda alla ricerca di finanziamenti. La fortuna di essere il Chief Technology Officer e portare il cognome del fondatore e presidente.
Per praticità devo escludere anche il giardino interno: tra pochi minuti lì comincerà l’ennesimo atto di vanità della serata, un delizioso concerto di arpa e violino che allieterà la sfilza di contratti sanciti tra una pacca sulla spalla e una stretta di mano.
Una voce in filodiffusione ricorda che l’intrattenimento musicale sta per iniziare. Una massa indistinta di lunghi vestiti da sera e completi sartoriali defluisce verso l’uscita ad arco che conduce al giardino. Il direttore si complimenta ancora una volta per l’organizzazione dell’evento e io, di riflesso, ruoto la testa verso le scale dalle quali sta scendendo una coppia di uomini in camicia e cravatta.
Al primo piano dell’edificio, il team tecnico ha predisposto un’installazione del nostro prodotto di punta, la riproduzione di una suite d’albergo di lusso piena di giocattolini domotici. È stata l’attrazione della serata e mi maledico per non averci pensato subito: è il rifugio ideale per qualche minuto di tregua.
Quando il direttore si congeda, rivolgo con discrezione la schiena alla folla e mi dirigo verso le scale.
«Signor Marte, la aspetto in giardino?»
Ma porca miseria.
Mi volto, domando l’istinto di mandare al diavolo tutto, e in particolare lei.
«Signor Marte, Olivia?»
La mia ex fidanzata ignora il mio tono secco e solleva il bordo del costoso vestito blu notte che la fascia fino ai piedi. «Non ho deciso io che dobbiamo comunicare in modo formale, Stefano.»
Fosse per me, comunicare sarebbe fuori dalla negoziazione. Non vedo perché accanirsi terapeuticamente sul cadavere di una relazione morta e sepolta.
«Scusami, Olivia, adesso non ho tempo.»
Lei alza gli occhi al cielo. È bella, quando lo fa. Bella lo è sempre stata, di una bellezza eterea, perfetta, un’armatura scintillante che ha nascosto il marcio all’interno. La natura sa essere proprio ironica, quando si impegna.
«Prima o poi la smetteremo con questa farsa e torneremo a comportarci da adulti?» domanda.
Prima o poi smetterai di essere una stronza manipolatrice?
«Credimi, mi sto comportando da adulto.»
«E allora, forse, è il momento che tu la smetta di essere tanto rigido e cominci a scendere a qualche compromesso.»
Tendo le labbra in un mezzo sorriso vuoto. «Grazie per la proposta, ma sono costretto a rifiutare di abbassarmi al tuo livello.»
Mi volto, ma lei mi blocca per un braccio. Nonostante cerchi di nasconderlo, è paonazza. «Stefano! Non puoi trattarmi così in pubblico!»
Scrollo il gomito, per togliermela di dosso. «Va’ a lavorarti gli altri tuoi contatti di prestigio, Olivia.»
A questo punto, annegare in qualche minuto di silenzio è diventato un bisogno primordiale. Non me ne frega che lei resti a fissarmi con ostilità mentre imbocco la scalinata di marmo, perché la sto mettendo nella scomoda posizione di scegliere se seguirmi e perdersi il concerto con il violinista e l’arpista russi ingaggiati da mia madre, o fare la brava marionetta occupando il posto riservato in prima fila accanto ai miei genitori.
Non me ne frega perché, se parliamo di scomodità, stasera non mi batte nessuno: sono in piedi dalle quattro e mezzo della mattina, sono entrato nel mio ufficio all’undicesimo piano della MarsTech alle sette e mezzo e ho trascorso le ultime quindici ore lavorando. Sono abituato a stare al passo con i ritmi, eppure non posso che domandarmi quale sia il senso di tanto sbattimento.
Mi sto dannando l’anima, per cosa?
Mio padre è un burattinaio, mia madre è anaffettiva e mia sorella ha disertato assegnandosi il ruolo di fuggitiva della famiglia. La mia ex fidanzata mi ha preso in giro per anni. E io… be’, io non sono migliore di loro.
Il piano di sopra, come sospettavo, è deserto.
L’assenza della calca umana mi consente di notare quanto la riproduzione della finta suite d’albergo sia scrupolosa. Se escludo la scala che conduce alla discesa negli Inferi verso il piano terra, posso credere di essere davvero nell’hotel di una metropoli lontana da Milano.
Le note dell’arpa e del violino salgono dal giardino interno mescolandosi al silenzio racchiuso tra le pareti, mentre avanzo nella camera padronale tirando dentro una piccola boccata d’aria.
Mi crogiolo nel silenzio e nella solitudine.
Abbandono il calice di vino sul comodino e sfilo il primo bottone della camicia. Poi mi siedo sul letto matrimoniale, un tripudio di lenzuola pregiate e cuscini damascati, reclino il capo all’indietro e respiro a pieni polmoni.
È sconcertante che questo sia il primo momento della giornata in cui non sto fingendo. Mi sento connesso con il vuoto che mi circonda in un modo totale.
Se non fosse che, quando rialzo la testa, lo stato paradisiaco che mi sono ritagliato mi si sbriciola attorno come in un brutto sogno.
La porta del bagno è aperta, la luce è accesa e intravedo una porzione di bordo della Jacuzzi, sul quale giacciono un calice quasi pieno e una borsa da donna. In bilico sulla borsa, c’è uno dei tablet a disposizione per usare il programma domotico.
Strano. E piuttosto sospetto.
Odio dover rinunciare alla pace guadagnata con fatica, ma è pur sempre del mio prodotto di punta che si tratta. Non sarebbe la prima volta che qualcuno tenta di copiarlo o sabotarlo, e di sicuro non sarà l’ultima.
Cacciando in gola un’imprecazione, recupero il calice di vino abbandonato sul comodino e varco la soglia del bagno.
Di primo acchito non noto nient’altro di fuori posto. È tutto regolare. E vuoto.
Ma poi abbasso lo sguardo verso il pavimento, ed è così che scopro di non essere più solo.
Due gambe spuntano da sotto il lavabo sospeso.
Due gambe di donna, distese sul pavimento e quasi nude. C’è solo un pezzo di stoffa a coprirle le cosce, e per il resto… ammetto senza problemi che ciò che vedo è di mio gradimento.
La – ragazza? donna? – continua a cercare qualcosa là sotto e inaspettatamente la scena cattura il mio interesse.
Mi schiarisco la voce, per attirare la sua attenzione. «Mi scusi? Tutto bene?»
«Oh, sì. Grazie» risponde una voce delicata, dopo qualche attimo di incertezza.
Ero convinto che la mia domanda al minimo l’avrebbe fatta uscire dalla tana, ma lei non dà cenno di spostarsi.
«È… ehm, sicura?»
«Certo che sono sicura. Anzi, se mi può scusare, è proprio davanti alla luce.»
Non credo di aver capito bene.
«Prego?»
«Non ci vedo bene. Devo solo… ah, ecco. Grandioso! Tutto a posto.»
Non ho la più pallida idea di cosa sia “grandioso” o “tutto a posto” ma, qualsiasi cosa sia, la fa spostare. Tenendosi il vestito con una mano, scivola da sotto il lavandino.
E finalmente la vedo.
La ragazza stesa a terra ha i capelli castani mossi e un po’ scompigliati, che le incorniciano un volto che è la quintessenza della dolcezza. Gli occhioni scuri invece, sono sgranati e urlano “Oh, merda”, un’espressione che si abbina con coerenza alla fronte aggrottata e alla bocca semiaperta.
Deduco che mi abbia riconosciuto.
Non che la cosa mi sorprenda.
Però vorrei che non lo avesse fatto. E questo sì, che mi sorprende.
Sposto il calice da una mano all’altra, chiedendomi chi diamine sia questa ragazza che non ho mai visto e con che qualifica presenzi alla festa. Ma, soprattutto, mi chiedo perché mi dia così tanto fastidio che quello che per un attimo avevo catalogato come un breve intermezzo di piacere si sta per rivelare l’ennesimo contatto proforma.
«Serve… hai bisogno di una mano?»
Lei si alza in piedi, rassettandosi il vestito. «No, grazie. Tutto a posto.»
Tutto a posto?
Mi sta prendendo in giro?
«Sicura? Hai perso qualcosa?»
Lei scuote la testa. «No, figurati. Stavo solo…» Un’ombra di panico le attraversa il viso. «Sei della sicurezza?»
Di nuovo, mi sta prendendo in giro?
È alla mia dannatissima festa aziendale e mi chiede se sono della sicurezza?
«Io?» La osservo meglio, mentre un’ipotesi che non avevo considerato comincia a prendere forma. «Non… no, non direi, no.»
«Ah, be’. Meglio così.» Si rilassa. Poi torna sull’attenti. «Sei dell’ufficio personale?»
Seguo il suo sguardo incollato al cordino della MarsTech che Miriam Storti, la commerciale del nostro progetto di punta, mi ha fatto mettere al collo all’ingresso. E connetto i punti. Per qualche congiunzione astrale irripetibile, non ha idea di chi io sia. Il fatto che io non so niente di lei rende la situazione fastidiosamente bilanciata.
Poco male, a questo possiamo porre rimedio.
Mi rigiro il calice tra le dita. «Nemmeno. Proprio no.»
«Oh. Bene.»
Si avvicina alla vasca e recupera il suo bicchiere. Quando mi cade lo sguardo sul tablet, impiego qualche secondo in più a incasellare il dato stonato nel quadro generale della situazione.
La schermata iniziale, destinata agli utenti che vogliono provare le peculiarità domotiche, è sparita. Qualcuno ha acceduto al pannello delle impostazioni nascosto dai programmatori.
Qualcuno…
Lei.
Lei ha aperto il pannello di controllo.
Torno a squadrarla, incapace di nascondere l’incredulità. «Cosa… chi… Sei una dipendente?»
«Non proprio.» Si mordicchia le labbra. «Ho solo, cioè, c’era questa funzionalità interessante, che non va. Provare a capire per quale motivo la base vocale viene esclusa dal meccanismo mi era parsa un’ottima idea. Pensavo fosse un danno elettronico, e infatti il cablaggio era incompleto. Poi ho trovato il pannello di controllo remoto, ma mi servirebbe accedere al codice sorgente in backdoor per capire se…»
Per poco il calice non mi scivola dalle dita.
«Ti giuro che non sono pazza e nemmeno della concorrenza, non voglio rubare o distruggere niente» si precipita a dire. «Ti prego, non chiamare la sicurezza.»
Chiamare la sicurezza? Non ci penso neanche.
Faccio scivolare di nuovo lo sguardo su di lei. Indossa un vestito che Olivia userebbe come straccio per spolverare – se in un universo alternativo spolverasse di persona –, il viso è truccato appena eppure quel poco di rossetto risalta la curva deliziosa della sua bocca. Questa ragazza è la prima cosa interessante che vedo dall’inizio della giornata. Dall’inizio del mese. Diciamo, anche dall’inizio dell’anno.
Questa ragazza è un unicorno.
Il maledetto primo unicorno che incontro.
Quando mi riprendo dallo shock, emetto un lungo fischio. «Però!»
«Cosa?»
Voglio essere sicuro di non essere dentro una particolareggiata ma fittizia allucinazione, dunque avanzo di due passi verso di lei. «Fammi capire.» Temo di aver sconfinato troppo ma, dopo un secondo di titubanza, lei rilassa le spalle e io mi godo il lieve profumo del suo shampoo che mi solletica le narici. «Sei una… programmatrice?»
«Dottoressa in ingegneria informatica.»
Oh, quanto è carina quando fa la sostenuta.
«E non sei… non sei assunta. Da noi o da qualche altra parte.»
«A onore del vero, ho mandato il mio curriculum alla MarsTech. Due volte. Ma non sono mai stata richiamata.»
«Nemmeno per un colloquio?» indago.
Scuote la testa in silenzio.
Come CTO, penso che qualcosa non vada giù alle Risorse Umane e che lunedì dovrò accertarmi della falla nel sistema. Come uomo, riesco solo a pensare “non è una tua dipendente. Per fortuna, non è una tua dipendente”.
«Ah» commento. «Be’, strano.»
«Non direi. Sono stata travolta dal silenzio assordante di parecchie aziende.»
«Ripeto: molto strano.»
«E perché?»
«Mi sembri molto…» Rara. Rara al punto da portarmi al livello “Voglio saperne di più”. E lo so che gioco sporco. Dio, se lo so. Ma chi se ne frega.
Chi se ne frega, è solo per stasera.
«Senti, non dovrei parlartene e tantomeno chiederti niente, ma il fatto è che sono uno dei progettisti della linea. Insomma, ho contribuito alla creazione del programma.»
D’un tratto, ho la sua completa attenzione.
«E, come hai notato, ci sono alcuni margini di miglioramento» proseguo, dando un’altra stoccata alla sua curiosità lampeggiante. «E le regole aziendali sono ferree riguardo al coinvolgimento di terzi nei segreti industriali…»
«Non ti seguo.»
«Voglio dire che adesso tutti i “controllori”» dico, accompagnandomi con le virgolette fatte con le dita, «sono al piano di sotto per il concerto.»
E il titolo di bugiardo della serata è mio.
«Di nuovo, non ti seguo.»
«Mi chiedevo, visto che mi sembra di aver capito che hai qualche ipotesi al riguardo… hai voglia di mostrarmi qual era la tua idea? Per sistemare il programma, intendo.» Mi preparo all’affondo finale. «Ho le password per entrare nei sorgenti.»
Il tentennamento sul suo volto viene spazzato via di colpo. Su tanti aspetti dovrò ancora lavorare, ma ottenere ciò che voglio non è di sicuro sulla lista.
«Ti prometto che non finirai nei guai, se è questo che ti preoccupa» rincaro.
«Ah, sì? E come puoi promettermelo?»
Quanto sto per divertirmi. «Immagino che dovrai fidarti di me.»
«No, sei tu che dovrai fidarti di me. Non sto commettendo io un’infrazione e non è il mio posto di lavoro che è a rischio.»
«Se ne vale la pena, sono disposto a correrlo.»
So già che questo imprevisto varrà tutta la pena. Tutta. Alzo il calice verso di lei e suggelliamo la nostra alleanza improvvisata con un tintinnio di cristalli. Mentre sorseggia il vino, mi prendo qualche altro attimo per studiarla. A dispetto dell’inizio, mi sembra più rilassata. A suo agio. Vorrei avere più informazioni su di lei, o almeno chiederle come si chiama, ma se tiro fuori l’argomento dovrò mentirle ancora su chi sono, e l’ipotesi al momento è fuori discussione.
«Tutto bene?» le chiedo.
«Benissimo!» Svuota il calice. Glielo sfilo dalle mani, lo appoggio sul lavandino e le circondo la schiena con un braccio, toccandole il gomito con le dita. Percepire la sua pelle morbida mi porta a immaginare come sarebbe toccarla in modi che non hanno nulla a che fare con una garbata cortesia di circostanza.
Dio, da quanto non esco con qualcuna che non sia Olivia?
Ah, già… da sei anni e mezzo.
Ci sediamo alla meno peggio sul bordo della vasca. Posiziono il tablet in mezzo e insieme cominciamo a scorrere gli snodi critici del codice. Mi basta pochissimo per appurare che la ragazza sa il fatto suo. È sveglia, preparata, intelligente. Trova un errore scappato al mio team di sviluppo e nel dirmi come lo implementerebbe la sua voce è percorsa da un entusiasmo genuino.
La melodia dell’arpa risuona come un’eco lontana tra le pareti di cartongesso della stanza e io la ascolto mentre si lancia in una approfondita descrizione tecnica.
Poco da aggiungere: sono intrigato. Dal suo cervello, dal suo viso, dalla sua aria così estranea a ciò che mi circonda di solito. Mentre lei mi parla, io dimentico dove sono, chi sono. È lo stress a farmelo pensare, ma adesso il motivo non conta: voglio prolungare questa sensazione più che posso. Voglio prendere questo momento insignificante e dilatarlo all’infinito.
A un certo punto, la ragazza sfila le scarpe con il tacco, accantona il tablet in bilico sul bordo e si siede dentro la vasca “perché così staremo più comodi”. E chi sono io per contraddirla?
Finalmente mi libero del fastidioso bow tie che mi soffoca da inizio serata, slaccio due bottoni della camicia e la seguo dentro. Le nostre gambe si sfiorano e io combatto con l’istinto di variare le posizioni in un modo più compromettente, mentre ridiamo su una stupidissima battuta sugli ingegneri che rimbalza da decenni tra i banchi dell’università.
«E dire che pensavo fossi una di quelle.»
«Scusa?»
«A vederti così, distesa sotto il lavandino… credevo avessi perso un orecchino.» Allungo una mano verso i suoi capelli. Vorrei affondarci le dita dentro, farle scorrere sulla nuca, avvicinarle il viso al mio. Poggiare le labbra sulle sue e rubarle un bacio che forse lei non desidera neanche. Sto per farlo, ma poi la razionalità mi blocca e indico il suo orecchio. «Mi sbagliavo, ovviamente.»
Lei inclina la testa, sfiorandosi il collo con le dita. «Non sono molto un tipo da gioielli.»
«Niente Tiffany?»
«In nessuna forma, neanche cinematografica.»
«Non dirmelo: sei una di quelle che snobba Titanic e per cui Pretty Woman è solo una povera illusa che si lascia abbindolare dal riccone di turno.»
«Ci puoi scommettere.»
Non la prendo sul personale, ci mancherebbe. «Lo so che me ne pentirò, ma c’è un motivo dietro questa presa di posizione?»
«Parla quello che propina i tre titoli più inflazionati delle classifiche di gradimento femminile. Grazie tante, questo io lo definisco “Vincere facile”.»
Rido. «Secondo te sono uno che vince facile?»
La ragazza mi regala un’occhiata di traverso, che mi manda in circolo una quantità spropositata di endorfine. «E, come seconda cosa» tossicchia, «non tutte le donne vogliono essere Cenerentola. Voglio dire, cos’ha di speciale? Almeno Belle è intelligente, simpatica e vede oltre l’aspetto fisico. Ariel è curiosa e potrebbe partecipare a un talent sul canto. A Cenerentola quali doti hanno dato? Vogliamo parlarne? Pulire i pavimenti. Ora, se tu venissi a casa mia potresti realizzare quanto sia una virtù da non sottovalutare…»
Certo che ci vengo, a casa tua.
Ci vengo anche subito.
«Comunque, lasciamo perdere. Ho già sprecato troppo fiato per la pulisci-pavimenti che sposa il principe dopo averci ballato una sola volta. Ma vogliamo parlare di quanto sia diseducativo un messaggio simile?»
«Non saprei, vogliamo?» azzardo.
«Cavolo, no! No che non vogliamo! Abbiamo già perso troppo tempo su questo argomento!»
«Ah, sì? E qual è il prossimo in programma?»
Prende il bicchiere in mano. «Boh, io qui nemmeno dovevo esserci…»
«In che senso?»
«Be’, nel senso che mi sono imbucata, no?» ribatte, con tutta la semplicità del mondo.
E questo spiega perché non l’ho mai vista prima. Addio al piano di scoprire la sua identità cercandola nella lista degli invitati.
Decido di proseguire con cautela. «Sei un’imbucata?»
«Oh, io…»
«Cioè, esiste qualcuno che si imbuca a delle pallose feste aziendali?»
«Andiamo! Ho trovato almeno tre ottimi motivi per averlo fatto!» Si concentra e conta sulle punte delle dita. «Il vino, il buffet, e… e…» Concordo, questo incontro è un ottimo motivo anche per me. «Insomma, è stato divertente, no?» conclude, in imbarazzo.
Devo avvicinarla. Baciarla.
Devo togliermi dalla testa i pensieri inappropriati che mi provoca.
«A dir la verità, avrei usato un’altra definizione.»
«Del tipo?»
«Decisamente fuori programma.»
«Perché, non ti capita tutti i giorni di incontrare qualcuno in un bagno finto e trascorrere un’ora a parlare di programmi segreti all’insaputa del tuo datore di lavoro?»
«Questa Jacuzzi è vera» mi limito a dire, tastandone il bordo con i polpastrelli.
«No! Non ci credo.»
«Cos’è, vuoi una dimostrazione?» la provoco.
«Non lo faresti mai.»
Credici. «Potrei.»
«Nel qual caso, sappi che sono troppo incosciente per fermarti. E che non ti manderei nemmeno il conto della lavanderia.»
La sua assurdità mi manda in completo tilt. Mi passo le mani tra i capelli, intimandomi di darmi una calmata. Ma chi accidenti se la vuole dare, una calmata?
«Dio, credo che sia la serata più strana degli ultimi mesi.»
«Sul serio?»
«Ascolta.» Indico il silenzio che ci avvolge, la musica attutita, la suite finta che in questo momento esiste solo per noi. La verità è che non mi sento così bene da… da… non ricordo nemmeno da quanto.
«Allora» è lei a rompere il silenzio, «da quanto lavori in MarsTech?»
«Uhm… un paio d’anni, più o meno» sparo alla cieca.
«E?» insiste.
Sorrido, composto. «E?»
«E, non so, com’è?»
Com’è. Se potessi confessarle la verità, le spiegherei che l’amore infinito che provo per il mio lavoro è macchiato da alcuni sprazzi di odio inconfessabile. «Direi… normale?»
«Tutto qui? Normale? Un’azienda che imbastisce una festa del genere per presentare un prodotto non la definirei proprio normale.»
«E infatti, siamo completamente integrati nei festeggiamenti» la canzono.
«Cosa c’entra, io sono un’imbucata. Tu, piuttosto, hai qualche impegno mondano da assolvere?»
A parte quella cinquantina di persone che tra poco manderà una squadra a recuperarmi?
«No. Assolutamente nessuno.»
«Oh. Bene.»
«Bene» le faccio eco, prima di prendere il calice e svuotarlo in gola.
La ragazza rilassa la schiena contro la parete della vasca, reclina la nuca all’indietro. È incredibile che, invece di essere giù a stringere mani e fingere di essere una persona che sto cominciando a odiare, io mi stia godendo un insperato, assoluto istante fuori dallo spazio e dal tempo con lei.
«Abbiamo finito la scorta» nota, indicando i bicchieri vuoti. «Se non richiedesse lo sforzo di alzarmi, andrei a rubare una bottiglia giù.»
«Davvero andresti tu? Non dovrei essere io a sacrificarmi?»
«Non essere sessista al contrario» mi rimprovera.
Giuro, chiunque l’abbia aiutata a imbucarsi avrà la mia eterna riconoscenza. Non ridevo così tanto da quando mia sorella Caterina, a diciassette anni, mi ha chiesto di andarla a recuperare a una festa alle due di notte, scalza e vestita con un tutù delle Winx.
«Be’, che c’è? Che ho detto? Non dovresti lamentarti, ero a tuo favore!» protesta.
«E infatti, nessuna lamentela. Più che altro, mi chiedo da dove tu sia uscita.»
«La mia coinquilina direbbe qualcosa come “più o meno da dove escono tutti, ma non mi sembra carino nei confronti di mia madre stare qui a specificare…”»
«No, sul serio.» Cerco di sfamare la mia curiosità. «Hai studiato al Politecnico? Hai finito da poco?»
Lei si limita ad annuire.
«E adesso?» insisto.
«E adesso niente, do ripetizioni. E affetto prosciutti. E lasciamo perdere.»
Argomento spinoso. «Scusa, non volevo infastidirti.»
«Non l’hai fatto. Quello dell’appuntamento di prima l’ha fatto. Tu no.»
«Ti stai vedendo con qualcuno?»
«Se con “vedere” intendi presentarsi al primo appuntamento e tentare di scappare dalla finestra del bagno, sì, mi sto vedendo con qualcuno. Un tizio ingessato, palloso e pure bugiardo.»
Una definizione che potrebbe applicarsi anche a me.
Ottimo, le risparmio di consultare altri sinonimi, nel caso finisse per insultarmi.
«Il primo appuntamento dopo sei mesi e sono scappata. Un grande successo di critica e pubblico.»
«Una storia finita male?» indago.
Lei annuisce. «Mhn, mhn.»
E ora mi spiego perché la sento tanto affine.
Tra simili ci si riconosce anche sotto le maschere.
«Okay. Scusa. Non sono fatti miei.»
«No, tranquillo. Sono cose che succedono. Si sta insieme e ci si lascia. La magia la lasciamo nei libri o al cinema.»
«È andata così male? Perdonami, non ho resistito. Non sei tenuta a…»
«No. Cioè sì, è andata male. Molto male. E l’aspetto più divertente? Alla fine, il ruolo della cattiva l’ho ricoperto io.»
«Hai troncato tu» deduco.
«Non che avessi molta scelta. Lo dovevo a me stessa. E poi mi è servito. Ho imparato. Sono ancora in piedi, giusto? Insomma, non proprio in piedi. Semi-sdraiata in una Jacuzzi vuota, quindi tanto male non può essermi andata.»
Le sue parole si specchiano con una tale precisione su di me che mi spaventano.
Gli ultimi mesi sono stati un pessimo gioco di equilibri, un camminare sul vuoto aggrappandosi a quello che c’era. E non c’era niente, oltre alla MarsTech. Niente.
Questa è la prima sera, da quando ho lasciato Olivia, in cui qualcos’altro oltre al lavoro ha un senso.
«E così siamo qui: un fuggiasco e un’imbucata» mormoro.
«Già.»
La ragazza stende le gambe nude accanto alle mie. Vorrei passarci una mano sopra e risalire fino alla sua vita; vorrei capire perché mi sento come un adolescente incapace di ragionare con lucidità, perché lei mi attira come un marinaio pazzo per il canto delle sirene.
«Come minimo, ti devo offrire da bere» azzardo.
«Adesso?»
«No. Non adesso. Non ho proprio voglia di tornare giù, adesso.»
«Nemmeno io» ammette.
«Pensavo più a un altro giorno.»
«Oh! Tipo…»
«Tipo, domani. Per ringraziarti del tuo aiuto.»
«Be’ sì, credo di essere libera.» Il modo in cui il volto le si arrossa, riempiendosi di una lusinga inaspettata, mi dice tutto quello che ho bisogno di sapere. Non le sono indifferente. Le piace l’idea di uscire con me. Dio, le piace.
Stacco la schiena dalla parete e poggio una mano sul bordo della vasca, sporgendomi verso di lei. I nostri sguardi si incatenano all’istante e a quel punto il resto del mondo può anche non tornare fino a domani. «Perfetto.»
Lei deglutisce. «Perfetto.» È agitata, una farfalla che sta per sbattere le ali per volare via, così non perdo tempo. Lo faccio, perché sputare in un occhio alla fortuna è un comportamento irrispettoso da parte di chiunque, e io non ci tengo ad alzare la media.
Mi chino in avanti. La mia bocca trova la sua in un contatto delicato che ha il potere di mandarmi in blackout. Resto fermo per un istante, solo un istante in cui mi godo il sapore dolce delle sue labbra. La ragazza spalanca gli occhi dalla sorpresa. Per un attimo temo di aver frainteso, ma quello successivo lei schiude la bocca e io… sono perduto.
Sta rispondendo al bacio.
Lo fa con una naturalezza tale da farmi credere che non ci sia altra scelta per noi. Che baciarsi era tutto quello che dovevamo fare sin dall’inizio e tutto quello che dovremmo fare da qui in avanti.
Le sue mani mi accarezzano il velo di barba, si fermano sulla nuca. Mi tengono su di lei, come se temesse di vedermi smettere da un momento all’altro.
Oh, non ne ho proprio intenzione.
Voglio restare qui per tutto il tempo possibile e anche di più. Finché non ci consumiamo le labbra, finché non ci resta più fiato.
Lascio che una mano scivoli sul suo fianco. Il mio palmo si modella sulle sue curve e la ragazza si inarca verso di me. Non ci conosciamo neanche, eppure voglio che lei si senta spezzare il respiro come sta succedendo a me. Voglio che il suo corpo sia attratto dal mio come il mio lo è dal suo. Voglio che stanotte vada a dormire con questo momento impresso a fuoco nella memoria. Voglio che il ricordo di questo bacio non la faccia dormire, anzi, voglio convincerla a venire a casa con me e non farla dormire in prima persona.
La afferro per i fianchi e la sollevo a cavalcioni su di me. Il suo vestito è un impiccio di cui mi sbarazzerò, ma non adesso. Ora la mia attenzione è solo sulla sua bocca e sulle mani che affondano nei miei capelli, mentre mi accarezza la lingua con la sua, prende il mio labbro inferiore e lo succhia.
Emetto un gemito strozzato, la tengo contro di me e rispondo con un lungo bacio. Non riesco a riflettere, non riesco a ragionare, non riesco a pensare ad altro che alla struggente disperazione che ci spinge l’uno verso l’altra, che ci circoscrive in un mondo nuovo.
È perché sono altrove, in un posto che nemmeno sapevo esistesse, che mi accorgo con estremo ritardo che il concerto è finito.
Sono entrato in questa suite più di un’ora fa ed è stata l’ora più pazzesca degli ultimi sei mesi. Ci resterei anche per il resto della notte, se non avessi udito dei passi che si stanno avvicinando in velocità.
A malincuore – perché so già che me ne pentirò – interrompo il momento magico e fisso la ragazza senza nome a metà tra ammirazione e incredulità. «Abbiamo compagnia. Forse è meglio se…»
Il sorriso le illumina il viso arrossato dai baci. «Sì, forse è meglio.»
Scavalco la parete della vasca e le allungo un braccio, che lei afferra. Raccolgo il bow tie da terra e aggiusto la camicia sfuggita dai pantaloni.
«Dovrò ringraziare la mia nuova amica Sharon» dice, risistemandosi.
«Sharon?»
«Sharon De Rosa, la ragazza che mi ha ceduto l’invito. Si chiama così.»
Il karma ha un senso dell’umorismo piuttosto sviluppato. «Non ci credo.»
«Cosa?»
«Sharon De Rosa» ripeto quel nome, annodandomi il bow tie. «Era la mia “più uno”.» Uno dei tanti inutili appuntamenti che il mio collega e amico tenta di rifilarmi, da quando ho lasciato Olivia.
«Oh, grandioso» si incupisce.
Mi scompiglio i capelli, cercando un modo per riportarci sulla retta via: quella che comprende noi due da qualche parte, a programmare o a letto o a fare qualsiasi cosa quella testolina assurda abbia voglia di fare. Non mi sentivo così euforico da quanto? Anni? Ed è stupendo.
Davvero stupendo.
«Senti, lo so che sono stato un po’ avventato, però davvero vorrei offrirti da bere. Facciamo un caffé, domani?»
A sorpresa, lei scuote la testa. «Non penso che sia una buona…»
Vocii concitati si affacciano sulla camera padronale.
Le luci sono basse e soffuse, ma le sagome mi sono così familiari che le riconosco subito. La responsabile commerciale del nostro progetto di punta indossa un abito dorato che potrebbe illuminare lo stabile e, accanto a lei, c’è nientemeno che Giordano Marte.
Mio padre.
«Stefano, eccoti qui. I signori Schumann ti stanno cercando.» Si rivolge a Miriam Storti. «Miriam, per cortesia, puoi avvertirli che il signor Marte li riceverà appena possibile?»
È un attimo, e in quell’attimo il sangue defluisce dal volto della ragazza che fino a due secondi fa era su un altro pianeta con me. Sbianca. Poi mi scruta come se avessimo sei anni ciascuno e io le avessi appena rubato e distrutto la merenda.
«Sei Stefano Marte?»
Mi arrendo all’inutilità del ribadire l’ovvio.
«Cioè, sei quello Stefano Marte?» Indietreggia fino al lavabo.
Immaginavo che non sarebbe stata felice di sapere che le ho mentito senza pudore, ma il modo schifato con cui ora mi si rivolge mi ferisce un po’.
«Senti…» Mio padre blatera qualcosa che non ascolto. Sono troppo impegnato a capire come fermarla, mentre raccatta le scarpe con il tacco da terra. «Te l’avrei detto. Prima o poi.»
Non so neanche se mi abbia sentito.
«Domani, va bene?»
Lei scuote la testa, mi dà le spalle. Supera mio padre e la responsabile commerciale e si fionda verso il piano terra.
«Ehi… Aspetta! Dove vai?»
«Stefano!» Mio padre mi blocca per un braccio. «Dove credi di andare?»
Oh, neanche per sogno che finisce così.
Non ci sto proprio.
«Arrivo subito» taglio corto, gettandomi verso le scale. Scendo di corsa e in un battibaleno mi ritrovo immerso nell’atrio della cascina gremito di invitati.
«Signor Marte!» Il rappresentante di una Onlus che finanziamo per beneficienza mi si para di fronte. «Non ho ancora avuto l’occasione di ringraziarla per…»
Sforzando un sorriso, ruoto la testa e la cerco nella folla. L’atrio è un viavai continuo e, in fondo al vialetto, una fila di taxi affastellati è pronta a offrire pratiche via di fuga in formato personalizzato.
Potrei correre all’uscita, intestardirmi, cercarla… ma in cuor mio so già di averla persa.
«E pensavamo di organizzare un evento per la raccolta dei fondi necessari per la ricostruzione» prosegue quello. Subito dopo, Olivia ricompare nella sala e mi punta con il suo letale sguardo da cobra incattivito.
Due secondi qui e l’aria si è già fatta pesante. Gronda di aspettative, di richieste costanti. È vischiosa e mi stringe la gola, mi soffoca sotto il peso di una coperta pesante.
Ho bisogno di rivederla.
Ho bisogno di capire se quello che è successo è stato un caso, una circostanza. Ho bisogno di sapere se davvero tra di noi c’è stato qualcosa o se mi sono immaginato tutto.
Non ho un nome e neanche un numero di telefono.
Ma da qualche parte, alla MarsTech, ho il suo curriculum.
Questa storia non finisce così.
Oh, assolutamente no.
Questa storia è appena cominciata.